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amandacharchian2



Nel pensiero chiassoso che ci riconduce ad una realtà scomposta, i brandelli di senso si dislocano sulla linea di un mondo senza più rigore. La parola decade e comincia l’ostilità, la resistenza.
Ciò che prolunga il movimento dell’umano è la qualità della forza, la consistenza delle tenerezze. Voglio dire: gli estremi, non l’estremismo; le idee vive, non le semplici informazioni.
– Ma questo non significa ancora niente. È solo un mucchio di parole. Bisogna trovare il punto dove attraversare. Bisogna escogitare un noi che divenga molti e che non si trinceri nel semplice due o in una mera frazione del sapere. Il mondo non è una frazione, non si argina, non si licenzia con un libro.
Smettere di scrivere. O scrivere come una pietra che rotola, finalmente libera da Sisifo e da tutti i suoi dèi.

La cosiddetta “letteratura erotica” mi annoia a morte, soprattutto se scritta da gente che continua ad evocare gli estremi del sesso senza sormontarli, senza darsi in pasto a nuove sovversioni amorose.
Sovvertire significa reciprocità nel costruire insieme una presenza unica e collettiva. Vuol dire creare luoghi non comuni, bensì comunizzatori, dove l’unione è aderenza reciproca all’unicità dell’altro senza il dovere di una contropartita. Sovvertire significa azzannare le parole, soprattutto il tempo condizionale dei verbi, per affermare una presenza al di qua di tutti i nomi – ma significa soprattutto azzannare i padroni delle parole.
La sovversione è come un 69: cioè un baciare, un farsi baciare, un allacciarsi di membra, parole, convinzioni, desideri, in un divenir-animale che è riconoscimento della relazione e della sua unicità.

Il ciarlare di un corpo reso irresponsabile davanti alla parola, non è amoroso. La coazione a raccontarmi le finite combinazioni del sesso, o le perversioni in offerta speciale per piccolo-borghesi annoiati, non è attraversamento del divenire dentro le proprie tumescenze, la propria fica, il proprio culo, non è fierezza scevra da mercanteggiamenti, bensì animazione per spiriti servili, sfoggio di dettagli appena abbozzati per manifesta incapacità a cogliere i concatenamenti generali (e sempre plurali) del desiderio.
Ci si ferma dunque sulla soglia appena adombrata. Si trucca l’impossibile per paura di perdere la proprietà dei propri limiti.
– Il corpo s’adombra o sa d’ombra?
Alla ricerca di nuovi concetti, nuovi incastri. Alla ventura, alla macchia. Creare una comune passione per l’ingovernabile.
Solo sbaragliando le rappresentazioni, e facendola finita con i corpi d’ordinanza dell’amore, si può spezzare il cerchio magico dell’identità e costruire una decisione molteplice, un rigore pieno di tenerezze.
E cosa sono questi concetti, questi concatenamenti, se non la possibilità di sganciarsi dal già detto per aprire voragini, spalancare mondi, abbattere muri?
Supremo paradosso della scrittura: scagliare la prima pietra, farsi fionda.
Se l’erotismo può essere visto come una bonifica simbolica delle oscenità legate alla sfera del sessuale – dove qui il sessuale non è necessariamente amoroso e dove per osceno s’intende ciò che viene escluso d’autorità dalla scena dell’economia morale, restando pertanto marginale e sconveniente – la pornografia ne è invece una grezza, smaccata “sistemazione” utilitaristica, priva di qualsiasi seduzione e mirante univocamente al grado zero del soddisfacimento sessuale.

L’incapacità di amare ha generato la merce del proibito. I cazzi, i culi offerti a profusione sono una conseguenza della progressiva valorizzazione dei tabù e delle cosiddette perversioni sessuali.
La pornografia, in particolare, si fonda sull’ovvietà del proibito e, allo stesso tempo, sul suo disvelamento spettacolare attraverso una coazione a fottere e a farsi fottere dove l’ostentazione didascalica delle pratiche sessuali, che è alla base dell’immaginario pornografico, si risolve nella centralità totemica dei genitali e in uno spaccio al dettaglio dei corpi ridotti a pura nudità indifferenziata. (…)

La sovranità di chi scrive non sta nel legittimarsi dentro la propria opera, bensì nell’entrarvi ed uscirne senza tradirla.

Bisogna diluire i nuclei di rigidità. Abbracciare la continuità. Rilegare i corpi di questa molteplicità che si chiama «vita» ricombinandoli senza posa nei diversi rapporti di movimento, quiete, andamento, qualità e grado di potenza.
L’insurrezione amorosa è il processo che combatte la frammentazione, ma al solo scopo di far proliferare la gioia e il desiderio sotto la coperta delle idee.
Esistono movimenti di massa anche a fior di pelle. Occorre però accordare i pori, le mucose; essere comunizzatori nella passione di vivere.

Estratto da: Infilare una mano tra le gambe del destino, Asinamali, 2015. Foto di Amanda Charchian.

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