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[Ritorna dopo quasi due anni e mezzo la mia rubrica (r)umori, con un’intervista al collettivo milanese Kalashnikov. Un frammento di questa chiacchierata – quello relativo al DIY – è confluito peraltro nel mio Punk Anarchia Rumore, volume di imminente pubblicazione per Crac edizioni. Qui di seguito potete leggere l’intervista nella sua integrità. Ne approfitto per ringraziare e salutare con affetto gli amici milanesi. Support the Collective!]

 

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Kalashnikov Collective non è proprio quello che si dice un gruppo rock. Ai miei occhi (e non solo ai miei) apparite semmai come una sorta di allegra comunità “rumorosa” all’insegna del punk anarchico. Vi ritrovate in questa definizione?

È una definizione divertente, un po’ freakettona. Noi preferiamo definirci come un “collettivo”: è una parola che sottolinea l’unità d’intenti di un gruppo di individui, persone che stanno insieme per un fine comune. Il termine “gruppo” ci sembra troppo generico, mentre “band” è limitativo, perché rimanda alla sola sfera musicale. La nostra attività incrocia diverse forme di espressione, dalle immagini alla narrativa e alle performance, passando per i numerosi contributi di vario genere che pubblichiamo sul nostro blog, l’organizzazione di concerti o la partecipazione alle attività di centri sociali occupati e autogestiti. I nostri dischi spesso contengono artwork e racconti che allargano e sviluppano gli immaginari descritti nelle canzoni. Il “punk anarchico” è un orizzonte culturale che ha indubbiamente segnato le nostre rispettive adolescenze: ci riconosciamo nella cultura libertaria che ancora oggi ci interessa e ci stimola e cerchiamo di applicarla nella gestione quotidiana del collettivo. Autori come Raoul Vaneigem, Colin Ward o Hakim Bay – benché molto diversi tra loro – sono stati importanti per dare una direzione precisa alle nostre attività e per inserirle in un disegno più ampio.

Kalashnikov Collective2Mi rendo conto di avervi inclusi senza troppe remore nell’ambito dell’anarcopunk, eppure so benissimo quante possano essere le differenze, talvolta non propriamente sottili, all’interno del punk e dell’anarchismo. Ora, tenendo conto che sul punk possiamo forse convergere più facilmente, identificandolo anzitutto come quel flusso di idee, sonorità e gruppi sorti verso la fine dei Settanta come forma di ribellismo giovanile a certe convenzioni socioculturali, ritengo invece interessante soffermarci un attimo sulla concezione di anarchia. Per me, l’idea moderna e “positiva” di anarchia, sorta e sviluppatasi storicamente nel XIX secolo, è ormai una sorta di “invariante”. Partendo infatti dagli elementi che compongono la teoria e la pratica degli anarchici – elementi come l’autodeterminazione, il mutuo appoggio, la salvaguardia delle singolarità, i flussi di comunizzazione antiautoritaria, l’orizzontalità dei momenti decisionali, ecc. – ecco, partendo da tali principi, possiamo considerare l’anarchia come una finalità (e una tensione) netta, precisa e che non è mutata sostanzialmente dalle sue origini. Mutano e si diversificano semmai gli anarchismi, ossia quegli insiemi di strumenti teorici e pratici che danno vita o che dovrebbero portare all’anarchia. Detto questo, cosa ne pensate di questa “invarianza” dell’anarchia? Quale anarchismo vi trascina e vi tiene uniti? E, soprattutto, come si amalgamo le vostre idee libertarie con il punk?

Preferiamo non interpretare l’anarchia come un fine ideale a cui tendere o come un fatto storico determinato: in questo modo la si riduce ad una delle tante ideologie del Novecento, come fosse una condizione felice da raggiungere attraverso sacrifici ed un lungo percorso di lotta collettiva. Per noi l’anarchia non è un punto di arrivo ma di partenza: è un vuoto da riempire, una metodologia di organizzazione pratica che ti porta ad un ripensamento radicale della realtà. Esiste qui e ora. E’ un vortice che avvolge le nostre vite, è una fuga perenne che si rinnova di giorno in giorno, un’assenza sulla quale progettare le esistenze quotidiane di ciascuno. L’anarchia si può legare al punk, inteso non tanto come un genere musicale o come la riproposizione di un modello culturale, ma come una prospettiva di energica liberazione dalle convenzioni che qualunque contesto sociale – più o meno silenziosamente – impone. La musica in senso tecnico c’entra poco, quello che conta semmai è l’approccio alla prassi, la modalità con la quale “fare le cose”. L’anarchia e il punk così intesi diventano una bellissima avventura da praticare “qui e ora”, nella quotidianità di ciascuno, nelle amicizie e nelle situazioni.

 

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Insomma, mi sembra di capire che il vostro approccio anarchico sia piuttosto “pratico”… Curiosità: com’è il vostro rapporto con gli ambiti più tradizionali dell’anarchismo?

Crediamo che questi “ambiti tradizionali dell’anarchismo” esistano più sulla carta o nell’immaginazione che nella realtà; non ci interessano i gruppi anarchici “organizzati” perché li troviamo contraddittori rispetto ai principi di orizzontalità e spontaneismo propri dello spirito anarchico, preferiamo pensare in termini di “gruppi di affinità”, entità che “entropicamente” s’incontrano e vivono assieme determinate esperienze politiche, esistenziali o artistiche. Non abbiamo molti contatti con coloro che vengono definiti anarchici perché studiano la storia dell’anarchia o hanno fatto parte di gruppi anarchici in un passato che non c’è più: fondamentalmente questi teorici dell’anarchia non appartengono al mondo che quotidianamente viviamo; ci sono poi tutte quelle persone che sono attratte dalla componente estetica e letteraria dell’anarchia, ma anch’esse non hanno un legame con il nostro mondo.
Il cosiddetto ambiente anarchico è un vortice di individualità ed esistenze molto diverse tra loro, spesso contraddittorie, ma sempre vitali, ovvero “che agiscono”. “Azione” è la parola chiave. Essere anarchici significa anche essere nel posto giusto al momento giusto, supportare e creare legami. Quando siamo ad un presidio in difesa di uno sgombero, le facce che vediamo lì, quelle dei ragazzi e delle ragazze che suonano in un gruppo punk, quelle dei vecchi compagni della FAI, quelle degli immigrati che stanno lottando per difendere i due diritti in croce che gli sono rimasti… ecco, quelle sono le facce dell’anarchia.

Torniamo al punk e alla musica. Come avete cominciato? Quali sono state le vostre influenze?

La storia inizia sempre allo stesso modo: chiunque sente la necessità di creare qualcosa che possa condividere con gli altri, qualcosa che esprima la propria interiorità, le proprie passioni, ma che rappresenti anche la propria identità… la musica va incontro a quest’esigenza umana, tanto comune quanto frustrata ed offuscata da quanto la vita civilizzata e le aspettative della società capitalistica ci impongono. Chi fa musica fa fluire naturalmente questa necessità. Per noi è stata importante l’opportunità del punk, del “tutti possono farlo”, che sembra un messaggio banale, ma non lo è affatto perché scardina una concezione dell’arte sclerotizzata e settaria che appartiene da secoli alla nostra cultura.
Kalashnikov Collective4Quando vivi una necessità disperata e una passione bruciante qualsiasi scroscio di rumore provenga dal tuo amplificatore dà emozioni fortissime. Così all’inizio non badavamo granché alla bontà o meno di quanto facevamo. Anche se a giudicare dalla musica che facciamo oggi forse non sembrerebbe, quasi vent’anni fa, abbiamo iniziato esattamente come il più sgangherato e pedestre gruppo punk di ragazzini annoiati, frustrati e capaci appena di mettere a tracolla gli strumenti (figuriamoci di suonarli).
All’inizio giravamo con le chitarre in spalla senza custodia e andavamo ai concerti in tram. Poi tante cose cambiano e ad essere importanti non sono tanto le motivazioni iniziali che spingono un gruppo a suonare, ma quelle che lo portano a proseguire, una volta svanito l’entusiasmo degli esordi e le prime esperienze nell’ambiente musicale: suonare in un gruppo punk può essere semplice a vent’anni, ma non lo è a quaranta, quando tutto e tutti, in un modo o nell’altro, fanno in modo di farti passare la voglia di farlo. La nostra passione è sempre stata comunque più forte di tutto, ed eccoci ancora qui, sempre più coinvolti nel giro punk DIY, vent’anni dopo avere ascoltato il primo disco punk.
L’ispirazione per scrivere la nostra musica ci arriva tanto dall’immaginario dell’anarchia quando da fonti che appartengono alla cultura pop. La fantascienza, per esempio, nel suo sforzo di immaginare mondi alternativi ha per noi una parentela molto stretta con la pratica rivoluzionaria, come sperimentazione di frangenti di vita diversi da quelli che vengono imposti e come riassetto dell’esistente. La fantasia è uno strumento essenziale per il rivoluzionario, senza creatività non c’è rivoluzione. Per noi esiste una continuità spirituale tra l’analisi radicale dei teorici dell’anarchia passata e presente, e le visioni distopiche degli scrittori di fantascienza come James Ballard, Bruce Sterling o Robert Silverberg. A costo di farci prendere dalle allucinazioni e dalle convulsioni viviamo nella convinzione che l’Uomo Ragno, Colin Ward e la letteratura cyberpunk abbiano la medesima autorità di raccontarci il mondo che ci circonda.

Il vostro collettivo ha uno splendido blog, pieno zeppo di materiali e info sul punk, le realtà autogestite di mezzo mondo, l’antispecismo, ecc. Inoltre siete presenti sui social network. Ecco, a partire dalla vostra esperienza, come giudicate Internet e la cosiddetta “virtualità”?

Kalashnikov Collective-algebraOggi il mondo è molto cambiato rispetto a quando abbiamo iniziato, nel lontano 1996: allora non si usava internet, non c’erano i social e per organizzare un concerto dovevi beccarti con qualcuno che gestiva uno spazio, dargli una cassetta registrata in sala prove e un foglietto con i tuoi contatti. Poi lo andavi a trovare la settimana dopo e gli chiedevi se la musica gli era piaciuta. Infine, se andava bene, riuscivi a fissare una data per il concerto. Oppure tutto funzionava parlandosi da un telefono fisso ad un altro: niente sms, niente whatsapp o messaggi in bacheca! Era solo vent’anni fa, ma sembra passato un secolo. Oggi invece, basta mandare un messaggio via facebook con un link ai tuoi pezzi tramite uno smartphone e, con poco sforzo, ecco fissato il tuo concerto.
Tutto questo non è un bene o un male, si tratta di cambiamenti ai quali ci adeguiamo per essere in qualche modo radicati nel presente. Tuttavia i social network vanno presi con leggerezza: la vera vita è nei rapporti personali vissuti faccia a faccia, guardandosi negli occhi, dandosi pacche sulle spalle, non attraverso una webcam o un nickname. La tecnologia, che viene spesso definita come neutra, nella realtà non lo è affatto: modifica il nostro modo di rapportarci con gli altri, la percezione che abbiamo delle relazioni, la nostra stessa personalità. Ad esempio i social hanno incrementato il nostro narcisismo: il profilo facebook di chiunque è pieno di immagini, ci piace farci fotografare in ogni momento e sappiamo bene quale profilo mostrare e quale espressione rivolgere alla fotocamera dello smartphone. Ci sono persone che litigano nel mondo virtuale ma sono amiche nel mondo reale, e viceversa, e trovano tutto questo perfettamente normale. Sempre più persone, quando sono sedute ad un tavolo, non rinunciano a chattare con qualcuno dall’altra parte del mondo invece di parlare con chi hanno di fronte, e anche questo è oggi del tutto normale. Per questo motivo pensiamo che la tecnologia che usiamo tutti i giorni non vada presa troppo seriamente e tenuta, per così dire, a distanza in alcuni momenti del nostro quotidiano.

 

 

Partendo dai contesti culturali cui qui stiamo facendo riferimento, quali dischi e libri consigliereste ai ragazzi che vi seguono?

Domanda difficile perché siamo numerosi, tendenzialmente eclettici e decisamente poco inclini alla sintesi! Comunque…Pensiamo che chi – un po’ come noi – voglia provare ad usare la creatività per stravolgere il modelli di vita preconfezionati che ci vengono propinati attraverso il conformismo sociale debba iniziare ad interrogarsi sul rapporto che c’è tra arte e vita. Per quel che riguarda la musica, abbiamo sempre preferito esplorare le storie di chi ha vissuto in maniera totale la propria passione, senza deleghe o compromessi: non ci interessano i passatempo da incastrare dentro le nostre sempre più banali vite quotidiane, ma le forze liberatrici da cavalcare per effettuare traiettorie esistenziali inedite e imprevedibili. A questo proposito, possiamo consigliare tre libri molto diversi tra loro ma tutti accomunati da questa visione: il racconto più completo della storia degli Area, la grande band milanese degli anni Settanta, ovvero “Il libro degli Area” di Domenico Coduto (ed. Auditorium), l’incredibile parabola di Sun-Ra descritta nel volume di John F. Swed “Space is the place, la vita e la musica di Sun-Ra” (ed. Minimum fax) e, se preferite un approccio più tecnico, “Come funziona la musica” di David Byrne dei Talking Heads (ed. Bompiani). Naturalmente tutte e tre queste letture andrebbero accompagnate dall’ascolto dei relativi dischi.
Ma non c’è solo la musica: sul fronte più politico, siamo tutti rimasti rapiti dal bellissimo libro di Emilio Quadrelli, “Andare ai resti” (ed. Derive/Approdi): si tratta di un’appassionante descrizione, con testimonianze dirette, della vita dei banditi italiani durante gli anni Settanta, esistenze radicalmente al di fuori degli schemi della società. Sul fronte invece più “sociologico” possiamo consigliare di leggere “Homo Comfort” di Stefano Boni (ed. Elèuthera), utile per riflettere sul ruolo che l’apparato tecnologico svolge nel plasmare le nostre condotte. Riguardo al tema dell’antispecismo, invece, rimane sempre bellissimo “Gabbie vuote” di Tom Regan (ed. Sonda) e, per sviluppare ulteriormente il discorso, anche “Crimini in tempo di pace” di Massimo Filippi e Filippo Trasatti (ed. Elèuthera). Infine, abbiamo appena finito di leggere il libro-intervista che Paul Cronin ha fatto con il regista tedesco Werner Herzog intitolato “Incontri alla fine del mondo” (ed. Minimum fax): una grande lezione sulla sintesi di vita e arte, a tratti illuminante, spesso irresistibilmente spassosa.

 

 

Due questioni che mi stanno molto a cuore. Chi assiste ai vostri concerti partecipa ad una festa: voi vi divertite (e questo traspare chiaramente) e non c’è alcuna barriera o quasi tra voi e la gente che vi partecipa (nessun palco, pogo gioioso, ecc.). Non si può neanche parlare di un vero pubblico: l’atmosfera è contagiosa, il divertimento generalizzato, la bolgia quasi assicurata. Altra cosa: adottate un’interessante modalità per diffondere i vostri dischi, i quali non hanno un prezzo imposto e presuppongono quindi un’offerta libera, un baratto, la ricerca di uno scambio non banalmente mercantile. Insomma, da una parte la festa, la gioia, e dall’altra un tentativo per sormontare la mercificazione. Entro certi limiti, il tutto sembra funzionare senza forzature. Come e perché ci siete arrivati? E, limitatamente alla questione “scambio”, pensate che possano esserci degli ulteriori sviluppi, dei modi per allargare anche ad altri contesti certi tentativi?

Quando organizziamo un concerto o una situazione, lo facciamo con l’intenzione di abolire i ruoli preconfezionati (il “pubblico”, “il consumatore”, “l’artista”, il “relatore”…) per valorizzare la reciprocità e la condivisione. Uno degli aspetti più importanti della mitologia del rock, mutuata da una concezione classica dell’arte, è l’eccezionalità del musicista rispetto al pubblico, la separazione della band dalla gente simboleggiata dal palco-altare. Il punk ha distrutto questa mitologia e noi ne siamo contenti! Il punk DIY è una comunità, nella quale non esistono gerarchie. E’ la reciprocità il concetto chiave: chi suona ha la medesima importanza di chi non lo fa. Questa sera sto suonando davanti a te e sono contento che tu ti stia divertendo, dopo imbraccerai tu la chitarra e io starò tra la gente davanti a divertirmi. La reciprocità è un concetto importante perché esula dal fatto musicale e ti porta a riflettere in termini solidaristici, a rispettare gli altri, a creare legami con quello che ti sta intorno, ad avere una visione più completa e consapevole del kc-flyercontesto in cui vivi. E poi, è il bello dell’autogestione: i palchi grandi e alti ti fanno sentire solo e isolato? Allora suonerai in mezzo alla gente. Essere “la band che si esibisce davanti al suo pubblico” ti sembra una cosa da divi? Allora non ci saranno separazioni e tutti parteciperemo in egual misura alla “festa generalizzata”. Vendere dischi e libri a prezzo imposto non ti piace, perché rimanda al marketing, esclude e non favorisce la condivisione? Allora metterai tutti i materiali della distro a prezzo libero, incentivando una riflessione sul significato e il reale valore delle cose, andando incontro alle esigenze di ciascuno. Ti sembra incoerente parlare di anarchia e nel contempo mangiare carne, partecipando all’orrore dei mattatoi e associandoti allo sfruttamento sistematico del vivente? Allora diventerai vegano e antispecista. E via così….ogni cosa che ci sembrava ovvia in un primo momento, bisogna cercare di trasformarla per renderla più vicina al “mondo che vorremmo”. E…è divertente! Certo, è possibile mettere in pratica queste idee specialmente nei centri sociali occupati e autogestiti, dove c’è sensibilità verso questi discorsi. È il motivo per il quale sono i luoghi dove ci troviamo meglio, più a nostro agio, con i quali abbiamo condiviso sempre tutto e trovato le nostre amicizie più care. Tuttavia, non ci siamo mai preclusi il tentativo di portare questo discorso in altri luoghi, con tutti i limiti che si possono incontrare. Non sempre le cose possono funzionare, ma perlomeno questo confronto continuo con situazioni differenti è un modo per rimanere sempre saldamente ancorati alla realtà che, purtroppo, non è quella gioiosa delle ragazze e dei ragazzi che si sbattono nei centri sociali autogestiti ma è quella molto più grigia dei locali, dei circoli Arci o delle feste di paese dove – con poche coraggiose eccezioni – prevale sempre la logica consumistica, promozionale o di propaganda.

Considerato il vostro discorso intorno al DIY, si può comprendere agevolmente perché il rock sia diventato, in massima parte, un fenomeno di recupero del ribellismo giovanile, per giunta estremamente lucroso… Oppure, ci sarebbe da affrontare in maniera radicale la questione del copyright, sulla quale anche tanti “alternativi” si sono impaludati (pensiamo, ad esempio, alla spiacevole querelle tra Colin Jerwood dei Conflict e i Crass)…

Contrasto-Kalashnikov-splitSul copyright abbiamo un pensiero piuttosto semplice e radicale: non dovrebbe esistere. Trattandosi di un’invenzione concepita per tutelare la possibilità di qualcuno di fare soldi in maniera esclusiva utilizzando un qualsiasi prodotto d’ingegno, il copyright, da un’ottica anarchica, semplicemente non ha motivo di esistere perché viene abolita la sua ragione fondativa: il denaro. Non impediamo a nessuno di fare soldi vendendo qualche nostra canzone su iTunes o su Spotify, tanto ne farebbe davvero pochi perché tutti sanno che possono scaricarsi la nostra discografia intera gratis sul nostro blog. Eliminato il denaro, il problema del copyright non esiste. Le logiche di questa società impongono che si “capitalizzi” o si “metta a reddito” qualsiasi cosa: non si può concepire qualcosa come semplice urgenza esistenziale, deve per forza avere un fine di lucro. Quante volte infatti, parlando con colleghi di lavoro o con parenti della nostra attività, ci è stato chiesto “bello ma quanto vi pagano per suonare?” oppure “riuscite a mantenervi con la musica?”. Noi vogliamo rompere questa regola che riduce tutto a merce da vendere. Certo, possiamo capire che a cinquant’anni, dopo una vita passata a suonare, possa venire la tentazione di campare di rendita su quello che si è fatto, qualora se ne avesse la possibilità: ma si tratterebbe comunque di una scelta di convenienza, poco interessante e molto paracula. Come dimostra la querelle alla quale accennavi…

Per finire… come siamo messi col futuro?

Per noi il futuro è ora: abbiamo intenzione di fare quello che abbiamo sempre fatto, rilanciando ogni volta le ambizioni e le collaborazioni con altri individui con i quali abbiamo affinità. Continueremo a fare dischi, a collaborare a progetti in ambito libertario e a essere il più possibile attivi nel quotidiano, reinventando ogni giorno il nostro modo di affrontare le criticità del reale. D’altronde – dopo tutto questo tempo passato insieme – come potrebbe essere altrimenti?

[2015]

 

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