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[ Con questa recensione “inattuale” dei Soft Boys, s’inaugura la rubrica Music machine curata da Flavio Rossi. Diventerà un appuntamento fisso per i lettori di questo blog. P.S.: con buona pace di Merzbow e Cornelius. ]

 

 

 

Immagine: un ragazzo scivola lungo la strada desolata di una periferia romana. È una notte d’estate, e la brezza esala odori di umido, di polvere e di elettricità. La notte rovescia sui corpi dei vaganti la sua aura di protezione; la luna di Luglio segue i passi sbilenchi.

“You’ve been laying eggs under my skin / Now they’re hatching out under my chin / Now there’s tiny insects showing through / All them tiny insects look like you!”

Ascoltare nuovamente Underwater Moonlight dei Soft Boys mi ricorda invariabilmente la notte. E, in effetti, si tratta di un album crepuscolare: dieci apparentemente solari, gioiose canzoni psichedeliche venate d’inquietudini: insetti che fuoriescono dal mento; dichiarazioni d’amore tra il curry e un cadavere; vecchi pervertiti che vagano sotto i ponti bevendo disinfettante; seppie giganti e regine col guscio da carapace e le calze nere. Dieci canzoni liberatorie che aprono consonanze tra gli affetti, i corpi e gli ambienti. Psichedeliche.
Soft-BoysI Soft Boys non potevano che arrivare al momento più sbagliato nel posto più sbagliato: riportare il Rock indietro alle melodie cristalline dei Beach Boys, e alle (dis)armonie acide di Syd Barrett in un contesto in cui (in Inghilterra) imperavano le cupe, disperate e nevrotiche litanie dei gruppi New Wave e Post-Punk era la ricetta sicura per l’inattualità. Ma non era un’operazione reazionaria, non era un vero “ritorno indietro”: la peculiarità della musica del gruppo di Robin Hitchcock era nel suo metabolizzare le asperità stilistiche del punk e del post-punk in un tipo di psichedelia nuova, lisergica ma malinconica e conturbante, solare ma disperata allo stesso tempo.
“I wanna destroy you! I wanna destroy you!” . L’ombra del ragazzo scorre tra la fila di negozi fatiscenti, semiaperti e squarciati dalle luci al neon, per finire in una distesa, una distesa in cui sarebbe dovuto sorgere un parco; solo, nel buio, la musica in testa. Fuori dalla vista di chiunque. Nei momenti di disfacimento, dove la norma è l’angoscia e il senso di lacerazione generalizzato, trovare zone d’ombra diventa la ricerca di una nuova innocenza.

“He was white and she was white as only statues are / Fifty years they stood there looking stupid by a jar / One night in mid-august when the moonlight got too strong / They climbed off their pedastal and then they sang this song”

 

FlavioRossi

 

Mai come adesso siamo lacerati, tenuti fuori da ogni possibile espansione con esseri affini e non, sbattuti a terra dallo stivale di ferro del Capitale. La comunità è solo la pseudo-comunità dell’identità, del genere in cui la società ci ingabbia, della famiglia, delle bandiere. Il Capitale ha sussunto ogni modo di vita della specie. Noi rimaniamo soli. Soli ad aspettare l’alba.
Vi è stata un’epoca del mondo in cui l’uomo raffigurava la propria geografia attraverso il canto. È quello che mostra il romanzo/saggio di Bruce Chatwin Le vie dei canti, quando tenta di spiegare il rapporto tra gli aborigeni australiani e lo spazio che li circonda. Ogni luogo ha un “canto” che lo visualizza; ogni parte del cosmo nella cosmologia aborigena sogna, e prima della creazione, nel “Tempo del Sogno”, il mondo era un insieme indifferenziato dominato da esseri totemici antecedenti al Tempo, condensatisi in montagne, colline, fiumi e nel resto degli oggetti presenti in natura. L’essenza dei luoghi è rievocabile grazie ai sogni; cantare è un modo per manifestare l’essenza sognante delle cose, un’attività allo stesso tempo sacra e “psicogeografica”.
Il nomadismo pre-civile ha lasciato una traccia nel comportamento della specie Homo che millenni di sedentarietà non hanno scalfito: e la ricerca di uno spostamento tra i luoghi che corrisponda agli stati d’animo di n individualità legate dal desiderio di sfondare le barriere dei civilizzati è uno dei tratti che ciclicamente riemerge, nelle rivoluzioni, nelle insurrezioni e in ogni momento in cui l’ordine prestabilito dei luoghi urbani e sedentarizzati appare passibile di essere rovesciato.
Io ho sempre pensato la musica legandola ai luoghi che attraverso. Anzi, per me è inconcepibile una musica che non sia anche “geografica”, un’arma rabdomantica che mi permetta di modellare la mia percezione dello spazio. Quando giravo per Roma e ascoltavo i Soft Boys mi veniva spesso in mente questa poesia di Benjamin Peret tratta da Le ruggini ingabbiate/I coglioni arrabbiati, che esprimeva bene come mi relazionassi con lo spazio della periferia romana:

Aggancia un lampione al tuo cazzo
e va’
ma drizzati
Che la Tour Eiffel stupita si nasconda nel culo del Trocadero
che la Senna eccitata
inondi la rue Trouse-Nonains
che i pali telegrafici
scarichino i loro dispacci nella bocca di una fogna
che la tela di Jouy giaccia svuotata
sui materassi sventrati
E non fermarti così Drizzati perdio
che la panettiera sostituisca il panettiere con il suo pane
e che questo pane violenti tutte le vergini della città
Drizzati ancora sfonda i tabernacoli
fotti la ghigliottina
così che decapiti il boia
Drizzati di più sempre di più
che il tuo cazzo grondi come un torrente
Allora te ne andrai sul boulevard
preceduto dalla nomea del tuo uccello
e tutte le donne ti lanceranno bianchi coriandoli
il loro.

La notte svanisce. Una stella cometa si dissolve. Un ragazzo è disteso sul prato bagnato, perso in sogni di forme pre-temporali. Un albero sogna accanto a lui. L’alba si avvicina tra i canti degli uccelli notturni.

Flavio Rossi – Music machine #1.

Illustrazioni (dall’alto in basso): 1) Soft Boys; 2) collage di Flavio Rossi; 3) disegno di Kazuhisa Hantei.

 

Kazuhisa-Hantei.jpg

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