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tabiPrimi di marzo. Pomeriggio tiepido. Me ne sto fuori a fumare, cercando di farmi scaldare da un sole ben poco convincente, mentre una brezzolina insidiosa mi ricorda giustamente che non è ancora primavera. Scorgo la Tabi dormire acciambellata su un olivo, a circa una dozzina di metri da me. Se ne sta incassata in un telo di plastica, di quelli che si usano per le raccolta delle olive, arrotolato e legato ad un grosso ramo dell’albero. Da mesi, è uno dei suoi luoghi. Un luogo strategico, dove può riposare indisturbata – nessun canide potrebbe infatti insidiarla – e da cui riesce a controllare agevolmente alcune zone essenziali del suo territorio, tra cui l’ingresso di casa e tutta l’area prospiciente.
Filtra intanto un po’ di sole tra i rami dell’ulivo, e immagino che la gatta non si faccia impressionare più di tanto dal fresco venticello pomeridiano. Sognerà? Avrà sentore del possibile che non viene meno? Avvertirà nel suo corpo dormiente ciò che è stato e ancora sarà nei millenni della sua specie?
Ieri pomeriggio, invece, dopo un violento acquazzone e una susseguente, inaspettata schiarita, la stessa gatta se ne stava distesa sul davanzale di una vecchia finestra appartenente all’ala in rovina del casolare. Una postazione più alta di ogni olivo circostante – sarà ad un’altezza di almeno quattro metri – e perciò ancora più sicura. La osservavo leccarsi al sole, nel modo meticoloso con cui fa di solito, e ne invidiavo bonariamente la libertà animale. Era lì, dentro il suo territorio, sotto il suo sole – perché anche il sole, in quel momento, era parte integrante del suo territorio, delle sue proprietà –, e non cercava altro, non nutriva interesse per nient’altro che non fosse poter lustrare il suo pelo al caldo. Almeno per un po’, se ne stava ai margini della necessità, ben distante dai crucci della sopravvivenza e senz’alcun obbligo di sorta (soprattutto: senz’alcun obbligo “sociale”).
La invidiavo. E pensavo con affetto alla sua gioia semplice, immediata, al suo starsene lì senza darsi pensiero. Ritengo una gran bella cosa la “spensieratezza” che sembrano avere gli animali in certi momenti. Lontani dagli affanni del giorno – che nel caso delle mie gatte non sono poi così “affannosi” – e privi come sono della nostra gravità mentale, delle nostre zavorre simboliche, gli animali sembrano davvero godersi la vita.

In questi mesi, sto imparando molto da loro. Li osservo e imparo a godere degli attimi. Ammiro il mondo e lo annetto al mio godimento lasciandolo poi libero di ricombinare tutti i suoi elementi da un giorno all’altro, da un’ora all’altra. Seguo così il nibbio reale nelle sue evoluzioni aeree e mi ritrovo sprofondato dentro l’azzurro del cielo (che sa di pozzo immane e gioia senza fondo); odo magari un rospo in amore nel corso della notte e vado con la mente a lei che è lontana, a lei che mi manca, ma che è presenza viva dentro la mia carne, dentro le mie parole; mi sveglia semmai una civetta indisponente, posatasi a pochi metri dalla mia finestra, e sorrido della sorpresa, delle convenzioni che mi ricordano la dea Atena o le corbellerie sul malaugurio; vivo insomma tutti i giorni con due gatte, un cane, una miriade di ragni, millepiedi, gechi, cinghiali, e imparo da loro i confini del territorio e della vita.
Non sarà mai la totalità del possibile, ma è sicuramente il modo migliore per far sì che il possibile possa avvincermi, almeno a sprazzi, nei territori sempre più ospitali del mio destino.

Ho scritto questo libro per dire le mie mancanze rispetto alla materia del vivente e per farmi carico del mio non saper stare con la bocca vuota e l’orizzonte negli occhi. Così inanello parole per non cadere con tutte le mie parole: ironia del mortale che si pensa vivo sospendendo ad ogni suo pensiero il possibile della vita – paradosso supremo della civiltà.

«Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura.», Ennio Flaiano.

Si scrive per aprire strade, imboccare sentieri, ma anche e soprattutto per delimitare piani o lasciare una traccia dietro di sé (urinando parole, inchiostro; mettendo paletti).
Il libro, allo stesso tempo, è meta e vettore, andamento di chi vigila sul proprio senso e cartografia del territorio.

Le scritture, i libri, mi servono nell’immediato, per rilanciare la mia idea del mondo e per godere del mio stesso rilancio insieme a chi ne raccoglie il senso.
Tanto, tra cent’anni o mille, chi potrebbe mai ricordarsi di me, di noi?

*

C. Mangone, Il gatto e la sua proprietà, Gwynplaine edizioni, 2016. Nella foto: la Tabi, uno dei felini protagonisti del libro.

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