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Gli antichi Egizi tenevano in grande considerazione il gatto, tanto da avere nel loro pantheon addirittura una divinità femminile con testa di gatta o con sembianze interamente gattesche: la dea Bastet (detta anche Bast o Bastit), simbolo della fecondità e della gioia.
Durante i festeggiamenti in onore della dea, stando a ciò che racconta lo storico greco Erodoto
(cfr. Historíai, II), il quale visitò più volte l’Egitto nel V sec. a.C., era usanza che le donne si alzassero le vesti e mostrassero il sesso come gesto apotropaico o a mo’ di scherno verso le città avversarie mentre attraversavano il Nilo in direzione di Bubasti, sede del più importante tempio consacrato a Bastet.
Da qui nasce storicamente, con ogni probabilità, l’associazione simbolica tra il sesso femminile e la gatta, che possiamo rinvenire ancora oggi in diverse lingue, compreso l’italiano.
(…)

Avere un gatto per casa vuol dire frequentare ogni giorno una libertà senza cause, un affetto senza subordinazione. Significa pure veder percorrere le tante linee possibili di un territorio – il nostro, quello degli altri – con la protervia di chi sa sempre ritrovarsi nel proprio destino.
Avremmo molto da imparare, noi umani, da quella libertà, da quel modo dell’affetto, da quella particolare indiscrezione nei confronti del possibile. Potremmo comprendere soprattutto che esiste un modo per amare gli altri senza subordinarci al loro desiderio o alla nostra idea dell’amore.

Io ti amo, ti voglio nella mia vita, ma tu non sei mia. Tu sei tua. E proprio perché sei tua, mi affascina la tua unicità, le tue qualità, tutte quelle tue proprietà nelle quali sento risuonare una parte essenziale di me stesso. Proprio a partire da tale consonanza, mi associo all’amore che tu provi per la vita e costruisco insieme a te un pezzo di mondo che possiamo sentire comune, accogliente, adatto allo sviluppo dell’affetto, senza che queste qualificazioni vadano però a ledere le nostre rispettive unicità.

Il gatto ci seduce perché veniamo annessi al suo territorio – al suo “mondo” – credendo di fare il contrario, di essere noi quelli che lo accettano e lo fanno entrare; e invece no!, è il gatto ad acconsentire, a colonizzare i nostri spazi, il nostro immaginario, e a regalarci suo malgrado degli scampoli di mistero.
Ci lasciamo circuire dall’andare e venire del gatto, dal suo girare sornione intorno alle nostre pretese, dalla fiducia che ripone in noi pur tenendoci sempre sotto cauzione.
È come se il gatto ci lasciasse sedotti e abbandonati ad ogni piè sospinto, senza che si riesca a tenerlo una volta per tutte dentro il nostro amore, ed è proprio in questo moto perpetuo del suo affetto (un moto sempre latente, appena accennato) che noi ci facciamo avvincere, ci leghiamo.

Il mistero che aleggia intorno al gatto deriva in gran parte dalla sua manchevole domesticazione. La fierezza del gatto è il rovescio quasi esatto della servitù volontaria cui l’uomo sottostà socialmente per paura della propria natura. Il gatto non obbedisce, il gatto contratta ogni volta la simpatia da elargire agli altri viventi. Nel suo territorio, non si hanno conferme scontate, né esiste il caso: si vigila di continuo su ogni cosa in movimento, su ogni traiettoria della sorte. Il gatto affascina l’uomo perché non si rintana nelle proprie libertà, non vive di rinunce, di sacrifici, ma rilancia continuamente la propria distinzione – la propria cautela – prendendosi cura di ogni movimento del mondo.

Il gatto è una critica vivente della domesticazione in cui si cerca di tenerlo: testimone e abitante di un possibile che sfugge a qualsiasi chiusura.

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C. Mangone, Il gatto e la sua proprietà, Gwynplaine edizioni, 2016. Foto: Kristamas Klousch, Bastet.]

 

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