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Con la secessione umana dall’animalità, nasce l’individuo, il non divisibile, che è tale proprio perché separato dall’essenziale, dal bacino comune della vita.
L’individuo rompe con la continuità dei mondi e dei respiri. Si passa dall’alienazione naturale a quella sociale. L’altro che ci aliena non è più il predatore esterno all’uomo, la notte nera, il carnivoro possente che ci lacera le carni coi suoi canini, bensì l’astrazione che ci libera dalla contiguità con l’ululato, il pensiero che diventa strumento, lavoro, distanza mitica da quella stessa contiguità, da quel bacino indistinto che è l’Eden senza interrogazioni né cause.

Contro il volere di Dio, Adamo ed Eva mangiano il frutto della conoscenza, dopo di che “aprono gli occhi” e si vedono nudi; scoprono cioè qualcosa di cui vergognarsi e che occorre celare con foglie di fico (Genesi, 3:1-7). In altre parole, acquisiscono un sapere che li denuda, che li spoglia di quell’indistinta prossimità che avevano dapprincipio con tutte le creature animali, cui Adamo aveva peraltro già inflitto una separazione decisiva dando loro un nome (Genesi, 2:19-20).

(…)

Il pudore, che gli animali sembrano non conoscere, a differenza della colpa o della paura di perdere la propria integrità fisica, nasce dopo aver dato un nome ad ogni aspetto del vivente, e quindi dopo aver nominato anche la nudità.
Il denominare, il definire, il far rientrare ogni cosa in un significato: tutte queste emanazioni dell’umano hanno a che fare con la separazione da qualcosa o qualcuno e dal tentativo di colmare la distanza, il vuoto che viene a interporsi tra la cosa denominata e colui che la chiama.
Se do dei nomi agli elementi del mio corpo e alle cose che lo circondano, è perché io mi scopro distinto, differenziato, staccato dal continuum dell’esistente. Devo quindi ricomporre la totalità dello scenario, devo “rappresentare” questa totalità inserendo sulla scena tante piccole comparse, tanti piccoli attori della coscienza. Devo vestire la realtà.
Sebbene l’evo moderno abbia trascinato con sé svariati moti di denudamento del mondo e dell’uomo, vi è ancora un falso pudore dentro il significare, il parlare; un pudore che si muta sovente in puerilità, pressapochismo, oppure in patetiche partite doppie sentimentali, dove il dare e l’avere mistificano rozzamente il nostro divorzio dall’essenzialità del mondo.

La gatta di Derrida, che vede nudo il filosofo e si ostina comunque a non “parlare”, a non articolare un proprio “discorso” intorno alla decenza di questi, non è certo da biasimare (cfr. J. Derrida, L’animal que donc je suis, 2006). Privo di malizia, e senza la necessità di “miagolarne” necessariamente qualcosa, l’animale non conosce il vuoto o il silenzio attonito degli uomini cui manchino le parole. Non concepisce il pudore, non sente vergogna, non è costretto democraticamente a far sentire la propria voce. Il suo silenzio è pieno di voci, ma non è detto che tutte queste voci riecheggino dentro un suo spazio interiore e debbano per forza farsi sentire, creare un’interlocuzione.
Il corpo dell’animale è parte integrante del suo territorio, della sua percezione dell’esistente. Non sente la propria corporeità come qualcosa di avulso dall’insieme delle cose che lo circondano. Non ha un essere, non possiede un Io. Pur non volendosi come mera individualità, l’animale conserva la sua unicità biologica (e di gruppo) restando vettore significativo della vita, della morte, dell’autogodimento.
Nessuno dei miei gatti ha bisogno d’imparare a dire “io” per arrivare a porsi su un piano di equilibrio con me. Nessuno di essi deve mettersi a nudo attraverso mediazioni simboliche. L’animale è sempre già un “noi” inestricabile, un insieme di animali diversi, di orme, di potenzialità plurali. Ogni mio gatto è un intero branco, un’intera muta di piccoli predatori incessantemente vigili – e non un gregge, non un gruppo di individui gregari che lottano contro la natura per conservare la libertà delle proprie subordinazioni (come avviene da millenni tra gli umani ultra-individualizzati).
Il mio stesso discorso intorno ai gatti, nonché i nomi che gli impongo o i fonemi, i toni che uso con loro, non fermano il movimento della definitiva attenzione che essi dimostrano nei confronti dell’unicità di ogni momento, come pure rispetto ad ogni cosa che si muova nei loro spazî.

Il Libro rappresenta l’incessante dialettica umana tra denudamento e pudore. In quanto tale, è sempre un libro aperto, provocante, messo a nudo puntualmente dal movimento seduttivo che viola ogni volta il suo punto finale.

Anticipando di circa due secoli un mito narrato nel Protagora di Platone (320c-322d), secondo cui Zeus avrebbe inviato la vergogna (αἰδώς) e la giustizia (δίκη) per ingentilire gli uomini e dare stabilità alla polis, il favolista Esopo si spinge ben oltre. In un suo breve apologo – Ζεὺς καὶ αἰσχύνη (Zeus e il pudore) –, narra infatti di come il padre degli dèi avesse imposto il pudore agli uomini facendolo passare attraverso il loro orifizio anale. Il Pudore rimase invero piuttosto seccato da questa decisione e sulle prime si oppose. Non potendo però contrariare Zeus, ottenne almeno che non entrasse in contemporanea per quel pertugio anche Eros, ponendo così un chiaro aut aut: o lui o Amore; al che, quest’ultimo, per farsi largo in certi ambienti, dovette diventare da allora necessariamente “spudorato”.

Insomma, la pudicizia bonifica le nostre pulsioni primarie in modo da farci acquisire una cittadinanza, una collocazione nel pensiero e nel consesso umani. Analogamente, viene bandita ogni forma di violenza priva di legittimazione, di causa. L’etica rompe con l’immediatezza del bisogno e dell’autogodimento subordinandoli alle mediazioni sociali. I costumi degli uomini imbrigliano le forze del mondo e cercano di fissare un’impossibile copertura dell’eternità. In qualche modo, attraverso un mettere a nudo la vita, tutta la storia dell’uomo può essere letta come un progressivo distanziamento dalla morte innocente e definitiva dell’animale.

C. Mangone, Il gatto e la sua proprietà, Gwynplaine edizioni, 2016. Foto presa dal web.

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