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[La prima parte dello scritto si può leggere QUI. Le illustrazioni sono tratte da: Asger Jorn, Guy Debord, Fin de Copenhague, 1957.]

 

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Nei primi tempi che vivevo a Firenze, non mi concedevo molte occasioni per rifiatare. Ero come un ragno esagitato che intesse la sua tela a scapito di un’intera città, ma con la seria intenzione di trattare ogni preda con gli onori del caso.
C’è sempre un che di sovrano e di passabilmente animale nel vagare anonimo per un territorio che non conosci e all’interno del quale nessuno o quasi ti riconosce.
Non vivevo l’anonimità come una mancanza di volto, bensì come un modo per regolare l’identità che mi era stata costruita addosso e che ora non mi giovava più. Mi regalavo una seconda pelle, una presenza di carne e desideri, che solo in parte si faceva armatura (dovevo pur combattere, ero giovane, ero arrabbiato); una sorta di nuova corteccia, insomma, che non risultasse però una divisa, e che mi mimetizzasse nel sottobosco della folla aiutandomi a distinguere i miei veri simili, a colmare i giorni insieme a loro e a farmi restare una volta per tutte nel labirinto fiorito e difficile che chiamo poesia.

Non ho mai vagato a caso. C’è sempre stato un criterio nei miei smarrimenti, quasi una ritualizzazione nel non voler misurare i passi. Nonostante l’assenza frequente di un perché, il mio girovagare si è imperniato ogni volta intorno allo sviluppo di un gioco e alle regole che accettavo o mi davo io stesso all’interno di quest’ultimo.
Quand’ancora non conoscevo bene le vie della città, i fattori che hanno guidato le mie prime camminate fiorentine possono definirsi, senz’alcuna forzatura retorica, di natura essenzialmente erotico-situazionista.
Una volta scelto il punto di partenza – solitamente nei pressi del Duomo – adocchiavo a mio piacimento una bella ragazza e cominciavo a seguirla, magari perché colpito dall’avvenenza del culo, oppure perché i suoi lunghi e lucenti capelli erano svettati all’improvviso fra la calca dei turisti; ma questo senza la benché minima intenzione di abbordarla. Erano i suoi movimenti, in senso letterale, a rimorchiare i miei passi. Mi piaceva considerarla un segnavia mobile, fluttuante; una compagna di strada inconsapevole, mai una preda.
Cominciava in tal modo un peregrinare giocoso, seducente, che non si poneva limiti di percorrenza e che, talvolta, poteva durare anche per ore.
Di tanto in tanto, incrociando un’altra bella donna, mutavo all’istante la mia esploratrice involontaria e cambiavo direzione, costruendomi un percorso all’insegna dei feromoni e dell’estetica viaria più spinta.
La mia scelta non era quasi mai casuale, o lo era solo in parte. Entravano in gioco fattori o, per meglio dire, vettori che provenivano direttamente dalle strutture culturali del mio desiderio: donne perlopiù more, non necessariamente “vistose” o sexy, ma sempre con un qualcosa che mi seduceva senza rimedio. Il dettaglio poteva essere un paio di tacchi, un sorriso, un tailleur che non nascondesse le curve, un libro dell’Adelphi in mano, un gelato leccato con maliziosa noncuranza, un cucciolo al guinzaglio non meno bello della “padrona”, e così via.
La seduzione agiva attraverso questo dipanarsi di appuntamenti incidentali, in una sorta di complicità momentanea, segreta, sempre mancata – dove l’assenza di un approccio, o di un fine che non fosse un breve transito in comune, implicava meno una manchevolezza e molto di più la potenza quasi mitica, e di per sé incantevole, dei significanti femminili che sceglievo come guide calandoli nel mio desiderio di conoscenza degli spazi.
Avevo all’epoca già l’amore di una donna. E non cercavo di eludere la responsabilità che è dentro il fatto di amare e di venir amato da un altro essere umano. Non avevo bisogno di svuotare il mio pieno d’amore per soddisfare la vanagloria di piccole avventure virili. Il mio amore era da condividere e spargere per il mondo, non certo da banalizzare frazionandolo in tanti rivoli di sperma. Erotizzavo la città per amarla. L’esistente era un costante oltre che m’intrigava senza fine e dove ritrovavo ogni giorno quell’Arianna piccola e bella che mi teneva amorosamente dentro il labirinto.

Avete mai provato ad uscire dal seminato? Voglio dire… Analizzate per un attimo la mia domanda e il luogo comune della lingua che vi è contenuto. È un luogo comune paradossale, perché vi incita niente meno che a venir fuori da ogni luogo comune.
“Uscire dal seminato” implica innanzi tutto una semina, un porre qualcosa dentro un ambiente o un elemento ad esso congeniale in modo che nasca e si sviluppi, mi seguite? Ora, una volta messi a dimora i semi, non si può certo scalpicciare il solco dell’aratura, perché così si potrebbe far riaffiorare ed esporre la semenza stessa alle intemperie o all’avidità degli uccelli. Si deve camminare a lato, oppure procedere a balzi, tra un’apertura e l’altra del terreno.
Insomma, uscire dal seminato implica la vita e un certo ingegno nel perseguirla, l’avreste mai detto?

jorndebord2Quanti semi e sguardi ho sparso nel centro di Firenze! Quanti pensieri prodighi!… Per mesi e mesi ho riservato ore, pomeriggi e anche intere giornate alla mia personale ed estemporanea mappatura della città.
Partivo magari da San Lorenzo (quanto adoro la facciata spoglia di quella chiesa! Sembra quasi incombere sui passanti, benché questi ormai la notino appena, presi come sono dal mercatino turistico che ammorba l’area o dal visitare frettolosamente la Biblioteca Laurenziana e le Cappelle Medicee). Qui mi mettevo in osservazione e sceglievo la donna che avrebbe originato i miei attraversamenti, la quale poteva indurmi a seguirla verso il Duomo, per poi, del tutto inopinatamente (aveva forse dimenticato qualcosa?), farmi fare un’inversione a U in via de’ Martelli ed entrare, dopo pochi metri, nella libreria Marzocco, dove allora mi mettevo ad osservarla meglio e a studiarne i gusti in fatto di letture, magari nel munitissimo reparto “filosofia” al primo piano o nel piccolo antro che stipava i testi esoterici a pianoterra. Era fascinosa la vecchia libreria Marzocco: enorme, polverosa, piena zeppa di libri in ogni dove e dalla pianta quasi labirintica, niente a che vedere con gli attuali supermercati del libro. Ci trovavi cose impensabili alla Marzocco, anche libri di venticinque anni prima, come una vecchia edizione di Sade e Lautréamont di Maurice Blanchot, pubblicata in Italia nel 1974 e che era rimasta in un angolo per diversi lustri. – Possibile che nessuno si fosse preso la briga di leggere quel Blanchot? La gente ha forse dimenticato il Divin Marchese imprigionato sotto quattro regimi diversi o l’autore di quel libro folgorante che è Les Chants de Maldoror? Italietta provinciale, che non conosci la poesia estrema della vita o la “prosa assoluta” di chi si mette in gioco fino allo spasimo!
Ecco, mi ero perso fra i libri, avevo bisogno di una nuova guida. Come non fidarsi, allora, della direzione che avrebbe preso la giovane donna intenta a sfogliare Viaggio in Armenia di Mandel’štam?
Attraversando il Varco dei Biffi, a pochi metri sulla destra, giungo con lei in via Ricasoli e da qui nuovamente sotto il Duomo. C’era un bar da quelle parti, scoperto in una delle mie prime derive, un piccolo bar frequentato solo da fiorentini ancora residenti in zona, niente di appariscente, niente effetti speciali, solo molte chiacchiere – pensionati, umanità d’accatto, tipi che si davano delle arie blandamente losche – piccoli brandelli di spontaneità, insomma, o di facile discernimento umano (mi si conceda la formula), il tutto attraverso discorsi gratuiti, imperativi poco kantiani sulla vita e commenti alla prima pagina della Nazione solitamente “iperbolici” e sconclusionati.
Mi chiedo spesso cosa sia la verità, quanta ne possa contenere un uomo, e che colore abbia, che lingua preferisca, in quale amore o sdegno possa mai fiorire.
Intanto, arrivati all’altezza del Battistero, mi rendo conto che abbiamo allungato il percorso senza un motivo plausibile, e questo mi piace. Adoro gli umani che non si fanno prendere dalla frenesia, che si costruiscono situazioni non del tutto asservite ad una gestione funzionale del proprio spazio-tempo.
Non ho risposte nette sulla verità. Ritengo che possano esistere tanti criteri di verità quanti sono gli esseri viventi sulla Terra. Ovviamente non tutti questi criteri riuscirebbero mai a coesistere in modo pacifico, e la loro comunanza è spesso labile. Ma so una cosa, una cosa che per me è decisiva: la verità ha sempre qualcosa di toccante, di carnale, qualcosa che blandisce amorosamente il possibile, l’impossibile, e questo anche dentro il pensiero, soprattutto dentro quei pensieri che sono come erezioni, tumescenze, grazie al movimento sovrano che viene rilanciato ogni volta dall’incessante interrogazione che è la mia apertura sul mondo. La prova della verità non è l’assenso che mi viene portato, ma lo spazio che lascio agli altri per entrare nella mia verità senza che tradiscano la propria.
Per un attimo alzo lo sguardo verso il campanile di Giotto. Mi riempio gli occhi con quella trama di marmi colorati. Mi ha sempre colpito la policromia marmorea di certi monumenti toscani, merito soprattutto del serpentino di Prato, ossia di quel marmo verde che si cavava nel borgo pratese di Figline e che orna un gran numero di edifici del periodo gotico o romanico (mi vengono in mente alla rinfusa il Battistero di Firenze, la Badia Fiesolana, il duomo di Prato o la basilica di San Miniato al Monte).
Se rifletto sull’evidente superbia architettonica di torri e campanili – a Firenze la torre di Arnolfo che svetta su Palazzo Vecchio è anche più alta del campanile giottesco: 94 metri contro 84,7 – devo per forza di cose rimarcare la millenaria coazione ad innalzarsi che contraddistingue l’uomo, non tanto per creare un canale tra terra e cielo e dominare così gli elementi o i nomi delle cose defraudando Dio di ogni potere (come nel caso della biblica ziqqurat di Babele, madre di tutte le torri), quanto piuttosto per affermare il potere terreno di un’élite sul resto della comunità di appartenenza. I poveri non costruiscono torri, e se lo fanno non è certo per libera scelta; i poveri, al massimo, scavano catacombe, innalzano barricate o si rinchiudono volontariamente nelle loro quattro mura domestiche sperando di sfuggire, almeno in parte, alle forbici della necessità economica, sulle quali hanno sempre meno cognizioni e quasi nessun controllo reale.
Banalità di base, le mie, intanto che mi lascio condurre dalla mia staffetta femminile in via Calimala, proprio dietro Orsanmichele. Divagazioni che sono una sorta di riflesso critico del mio girovagare. Piccole “verità pratiche” che nascono nelle pieghe di questo miscuglio di cose, strade ed esseri viventi che si chiama mondo. Un mondo che mi risulta reale e quasi evidente, anche nelle sue criticità, soprattutto quando mi ci muovo dentro senza soverchi condizionamenti.
In via Calimala, c’era la bottega del Burchiello, barbiere e poeta del Quattrocento; un tipo bizzarro, autore di rime arcimboldesche e colme di nonsense, vero guazzabuglio di parole, che sarebbe piaciuto molto ai surrealisti francesi, se ne avessero conosciuto l’opera.
Domenico di Giovanni, questo il suo vero nome, ebbe vita piuttosto travagliata: fu esiliato a Siena da Cosimo il Vecchio e qui finì in carcere per sette mesi, nel 1439, per difendere l’onore di una sua amante (si sarebbe inventato la storia di un furto in casa del mastro tedesco Johann una volta scoperto in flagrante adulterio con la di lui moglie); morì poi a Roma, dieci anni dopo, nella miseria più nera, per colpa soprattutto di una vita sregolata e da gaudente.
Ironizzando sul mio andare al traino di un bel fondoschiena, mi viene in mente una terzina del Nostro (dal sonetto LVIII): Drieto gli andavo cheto, / et e’ per fuggir otio in quel vïaggio, / sempre parlò col cul d’ogni linguaggio.
Certo, io do ai versi del Burchiello un significato del tutto abusivo e anche diversamente osceno, rispetto a quello originario, ma non credo che il poeta fiorentino se la sarebbe presa a male, da estimatore qual era delle femine e dei lazzi più arditi.

(2 – continua QUI)

 

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