Tag

, , , , ,

 

Avere le dita giuste per nutrire i sogni di ristagno dell’acqua e accogliere la necessità con indifferenza, come se fosse indecoroso anche solo concederle la parola. – Dare una piccola foce all’impossibile.

Il fine di ciò che io chiamo poesia è davvero tutta la poesia possibile che riesco a costruire attraverso le esperienze che mi mettono in consonanza coi diversi mondi del vivente, perché solo in questa totalità – in questa tensione che mi fa toccare compiutamente anche l’inesprimibile – posso trovare, al tempo stesso (e nella sospensione del tempo lineare), un ordine e una mancanza di misura.

Che odore ha l’insoddisfazione? Quali mani possono portare acqua per il tempo sufficiente a far bere i miei pensieri?
Combatto ancora contro la speranza e ogni risveglio si rivela uno sterile ripiegamento di lanzichenecchi fin dentro la mia testa.

Ho fatto di tutto per allontanarmi da qualsiasi desiderio di totalità, ma ritengo ormai d’aver fallito compiutamente.
Non riesco ad accettare il fatto che si possa sopravvivere alle nostre idee reflue e trovo sempre un margine per complicarmi il pensiero.

Stamattina: combattimento aereo tra due coppie di cornacchia grigia. Le osservo per alcuni minuti e mi rendo conto, una volta di più, di quanto la vita si risolva sovente nel rintuzzare l’invasione del proprio territorio da parte dell’Altro, soprattutto quando l’Altro viene vissuto come l’avvento di una morte più o meno potenziale.
Proprio per questo, ritengo luminoso ogni elemento che abbia a che fare con una qualsiasi dinamica nomade. Pur rifiutandomi di vagare acriticamente, la mia poetenza sta nel portarmi dietro i miei limiti senza imporne la necessità al desiderio degli altri.

 

Laureana Cilento, 16, 20-21 maggio 2019. Foto di Irina Cusnerov.

 

 

Annunci