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«Noi siamo contro le condizioni dominanti di inautenticità artistica. Non voglio dire che qualcuno debba smettere di dipingere, scrivere, ecc. Non voglio dire che questo non abbia valore. Non voglio dire che potremmo continuare ad esistere senza far questo. Ma, nel contempo, noi sappiamo che tutto questo sarà invaso dalla società per essere usato contro di noi.», Attila Kotányi, quinta conferenza dell’Internazionale Situazionista (Göteborg, 1961).

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Accettando l’invito di Alfonso Amendola, docente di Sociologia dei processi culturali, che qui ringrazio di tutto cuore, sarò all’Università di Salerno il 29 novembre 2023 per tenere una sorta di “lezione-racconto”, ovvero un tentativo di lettura della realtà odierna che non si riduca a mero rendiconto, a semplice render conto, ma che magari possa farsi riflessione critica (e accanimento gentile) intorno a talune idee poetiche atte ad avversare le dinamiche alienanti della contemporaneità.

Per l’occasione, ho tirato giù alcuni spunti, alcune linee d’attraversamento dell’estetica e del pensiero sovversivo degli ultimi due secoli:

  • crollo dell’unità teorico-teologica del mondo feudale cristiano (Rivoluzione francese, 1789)
  • frammentazione e individualizzazione dei saperi
  • nascita dell’artista moderno > tendenziale autonomia estetico-politica del singolo > estetica di classe (l’arte borghese)
  • seconda metà dell’Ottocento > radicalizzazione delle istanze critiche e sganciamento progressivo (e “progressista”) dalle convenzioni estetiche da parte del letterato e dell’artista borghese (es.: Rimbaud, Lautréamont)
  • primi decenni del Novecento > tentativi di superamento collettivo dell’individualismo estetico borghese > avanguardie (futurismo, Dada, surrealismo)
  • l’abbaglio del principio di efficacia e la subordinazione dell’arte all’ideologia rivoluzionaria (Surréalisme ASDLR) > Benjamin Péret e Il disonore dei poeti
  • il partito stalinista contro la sperimentazione e l’autonomia artistiche
  • fenotipo rivoluzionario del Novecento: il giovane arrabbiato
  • Internazionale Lettrista, i situazionisti, il Sessantotto (Debord, Vaneigem, Anders, Camatte, Cesarano), il movimento femminista
  • la sconfitta della rivoluzione, la fine delle avanguardie artistiche, il punk, il recupero mercantile della sovversione, il do-it-yourself in àmbito creativo
  • che fare? > combattere le separazioni sociali; uscire da ogni forma di mediazione politica statalista; creare com-unicità in ogni ambito relazionale; fare della poesia un’emergenza di istanze gioiose, tenere, ingovernabili > po(e)tenza

«La Rivoluzione francese del 1789 frammenta definitivamente l’unità spirituale e culturale del mondo feudale. I saperi vengono nazionalizzati, individualizzati; la totalità “magica” costruita dalle religioni viene abbattuta perché di ostacolo alla circolazione dei valori sociali. Dio muore, viene licenziato, ma la sua ombra continua ad aleggiare in tutte le strutture di pensiero che si accontentino di rappresentare il mondo senza reinventarsi criticamente nel movimento materiale dell’esistente.
La frammentazione dei saperi porta alla proliferazione di ambiti separati, dove il ruolo culturale (artista, letterato, ecc.) è fondato sulla specializzazione e sulla valorizzazione della propria opera dentro circuiti determinati, tendenti invariabilmente a una museificazione dell’opera stessa e alla neutralizzazione del gesto creativo in categorie estetiche.
Tale separazione è la falsa coscienza del creativo, il suo determinarsi idealisticamente a partire dall’opera, nonché la lotta meramente formale che egli ingaggia invano per ricollocare il proprio agire in relazione al mondo materiale.
Dalla seconda metà dell’Ottocento, abbiamo tuttavia una tensione sempre più forte verso una ricomposizione delle contraddizioni in seno all’ambito culturale, tensione che va sdoppiandosi essenzialmente in due direzioni principali: a) un superamento individuale e formale di tutti i limiti sociali posti all’espressione umana (emblematici, in letteratura, i casi di Rimbaud e Isidore Ducasse/Lautréamont); b) il posizionamento del proprio agire artistico e intellettuale su un piano sociale o in un ambito comunitario dalla marcata caratterizzazione politica.
La seconda tendenza, da leggere come un tentativo di superamento dialettico o idealistico della prima, segnerà tutte le avanguardie del Novecento (in particolare il surrealismo) e condurrà alla critica totale dell’arte e degli artisti fatta dai situazionisti francesi negli anni Sessanta.

Dalla fine dell’Ottocento, a partire soprattutto dalla storicizzazione critica di Rimbaud, una convinzione più o meno sotterranea, e sovente inconfessata, preoccupa i nostri uomini di lettere: la poesia, da sola, non basta a dare un senso alla vita quotidiana.
Da quel momento in poi, non a caso, assistiamo a un continuo travalicamento degli ambiti particolari della letteratura.
La poesia cessa di essere una semplice espressione e diventa un’esigenza di verità, uno strumento rivoluzionario per affinare la vita. Anzi, a dirla tutta, essa diventa la qualità principe della vita, la cornice irrinunciabile della soddisfazione. I confini tra poesia e presenza attiva del vivente si fanno sempre più indistinguibili. L’arte poetica persegue l’azione, il dato immediato della vita, e nel darsi in pasto alle contraddizioni e alle estreme possibilità dell’atto creativo si rende sempre più esigente, sempre più critica. L’uomo e la donna che si vogliono poeti affrontano così le proprie contraddizioni, cercano di non farsi uccidere dal movimento della negazione, e costruiscono delle nuove affermazioni di potenza dentro il mondo prosaico di quel capitale che combatte o cerca di recuperare costantemente l’ingovernabilità della loro poesia.» [dalla mia prefazione a: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, Eretica edizioni, 2021, pp. VIII-IX].

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«“Temprato”: distinguerlo da “indurito”», Etty Hillesum.