
Testi tratti da: Roberto Roversi, Le descrizioni in atto (1963-1973), I quaderni de Lo Spartivento, n. 1, Bologna, 1990 (pp. 5-9).
Si trattava della quarta edizione (la prima ad uscire in volume) di un’opera già tirata al ciclostile tre volte tra il 1969 e il 1985. Le sottolineature di alcuni versi sono dell’autore.
Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012) è stato poeta, scrittore, partigiano. Appena ventenne combatté in Piemonte tra le fila della Resistenza. Dal 1948 al 2006 ha gestito a Bologna la Libreria Antiquaria Palmaverde. Insieme a Francesco Leonetti e a Pier Paolo Pasolini fu fondatore della rivista “Officina” (1955-’59). In seguito, per oltre quarant’anni, con cadenza irregolare, ha curato la rivista “Rendiconti”. È stato inoltre paroliere di Lucio Dalla e degli Stadio.
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PRIMA DESCRIZIONE IN ATTO
Ritorneranno i tempi (duri)
piangeranno contro i muri le madri
aspettando il ritorno dei figli.
Questo tempo che ha uomini di così debole fiele.
La presunzione li fa ritenere superbi
grandi (leggere le gazzette)
ma api al miele
corrono ai peccati di sempre
non c’è nulla che li trattenga.
Parole di ammonimento
sono spazzate dal vento via.
Cederemo ancora una volta alla morte.
È fango la volontà di riscatto.
I ramarri escono dalle crepe.
Spezzate statue.
Lacrime nel buio.
Volgendosi intorno egli vede
crede di intendere e sapere
forse qualcosa più di un altro, ma sotto
la razionale immobilità della misura
(dell’ordine apparente)
lo scaltro è in attesa,
il mugolio di quel canto ha il sapore di un tuono;
striscia il topo
sul cornicione di marmo
– poco fa tre ragazzi in fila
si indicavano una donna,
ibrida smorta era al riverbero della colonna.
Nelle case dei poeti questa è l’ora del tè.
Lo scirocco spezza i tegoli e
l’occhio del piccione è succhiato
dallo spiraglio del sole
mentre in pigiama una ragazza magra
si dondola nel vano della finestra
dentro le aiuole delle alpi al lontano
rumore della foresta
– traluce oltre misura il rosso dei capelli,
le efelidi leggere, pule di grano, i
giovani anni sul viso. Intanto in quest’ora
i doganieri indossano la tuta sul lago di Como
mentre un uomo ansima solo, suda
all’ombra del Monviso e
se non corre sarà presto morto
nella sua carne nuda.
SECONDA DESCRIZIONE IN ATTO
I.
Il colore dei sassi fra i binari
di ruggine sfibrata, colorati di stanca
ruggine, il colore è denso di polvere, sporco
di polvere, sporco di pioggia, di lacrime,
il colore biondo dei sassi allineati,
sono sprofondati nella terra, levigati.
L’edera si morde irta le fibre.
Alla televisione Non è mai troppo tardi –
uno squillo la voce belluina, ridente:
questo mondo che tendeva dal profondo
a contemplare (le regole del giorno sono
la luce gialla, la Farben rosso sangue dipinta nel cielo) in Grecia
dunque lavoravano gli schiavi, gli stranieri
lavoravano; non lavoravano i greci,
l’uomo libero mai.
La vecchia col cappello piumato
cerca il suo uomo dalle scarpe di corda, vecchio
“non sarà successo qualcosa?”,
le cassette alla porta all’ingresso,
uno stabilimento di vetro luccica e vibra, vuoto.
“Sie schreiben gegen Deutschland”,
tre studenti partono con la valigia,
una donna anziana stringe le mani al figlio,
“rauchen verboten” e i sassi si rivoltano
tenui nel sussulto del sole
dilagante sopra le vecchie mura.
Questa è la solitudine. È la paura
indefinita, dura,
di restare per sempre conficcati al suolo;
d’essere solo, ignorato ignorante ignoto;
di sbiadire dentro a un’ombra
nel vuoto respiro del tempo, per sempre.
II.
Tenera, tenera, tenera è la notte adesso;
cedere ai neri presentimenti fra i neri
sassi, chiedere aiuto.
I vecchi maestri hanno insegnato a mentire;
a tradire, hanno offerto veleno alla fame.
Spezzavi il pane e morivi. Li vedi
oggi, dentro a questi giorni di pece,
in lizza spingere i giovani agnelli
così teneri e sciocchi, così belli
inutili, così perversi e torbidi,
al macello. Per dispersi sentieri.
Spingerli ai vecchi amori.
Alle spalle giacciono insepolti e
bianchi, ancora bianchi gli scheletri dei soldati.
Ma essi? barattano le noci,
battono le mani, aizzano le cagne.
III.
Cala l’afa della città, sbianca
nella livida sera alle finestre spalancate.
C’è la luce di un aprile precoce
con la voce di uomini che consumano
in una camera l’ultima allegria
prima di notte (forse è tutto un gioco).
Trema un poco egli aspettando ed è solo
come mai in questi ultimi anni.
Rapido il passaggio (come da una strada alla strada)
del dolore che morde alla forza che cede
a se stessa e dà un lume ai pensieri.
C’è un’altra aria in quest’ora di sole
ormai concluso; aspetta un treno
e mentre anche il coraggio (sembra) viene meno
guarda i sassi della stazione gialli neri
e vetrate lontane –
aspettando dopo mesi di tornare
scuoia la volpe dei pensieri
con una amarezza che si rivoltano
in dure staffilate.
Gli gettarono a volte contro tutti i sassi
senza ferirlo.
Passano gli anni, arriveremo noi pure
a dare una voce a questa dura tristezza.
Roversi? Un grandissimo
Concordo, Flavio. Io lo considero uno dei maggiori poeti del secondo Novecento italiano.