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[ Passi estratti da: René Char, Comune presenza, accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, Torino, 2025 (pp. 88-92). Nella foto: il poeta francese con Martin Heidegger. ]

Visto l’inflessibile disprezzo di Char nei confronti di fascisti, stalinisti ed ex collaborazionisti – aveva urlato contro Paulhan la sua aperta disapprovazione per un libro di Marcel Jouhandeau apparso in una collana Gallimard, fremeva al solo sentir nominare Ezra Pound – può senz’altro stupire la sua amicizia nei confronti di Martin Heidegger, che si era compromesso col Terzo Reich accettando nel 1933 la nomina a rettore dell’università di Friburgo e contribuendo per alcuni anni alla «nazificazione» della cultura tedesca. In realtà, l’ammirazione tra i due uomini era reciproca. Il filosofo e germanista Jean Beaufret, che è l’anfitrione del primo incontro tra Char e Heidegger, avvenuto nell’agosto 1955, lo racconta così: «Sotto i rami di un ippocastano di Ménilmontant, un filosofo e un poeta parlano di ciò che sanno e di ciò che sono. Martin Heidegger e René Char apprendono la lingua del loro dialogo. Parigi è in ferie. Siamo nel 1955. Nel corso del mio viaggio in Francia, aveva scritto Heidegger, sarei molto contento di fare la conoscenza di Georges Braque e René Char. (…) La poesia, diceva Char sotto l’ippocastano, non ha memoria; ciò che mi viene chiesto, è di andare avanti. Aveva aggiunto che noi ne siamo al corrente: la poesia, tra tutte le acque chiare, è quella che si attarda meno sui riflessi dei suoi ponti. Heidegger ammirava questa rapidità la cui legge sta nel bruciare le tappe».
In realtà, sappiamo che Char teneva orgogliosamente a difendere la sua autonomia di pensiero rispetto a Heidegger. Alcune sue dichiarazioni a Paul Veyne sono inconfutabili: «Non ho niente a che vedere con la filosofia di Heidegger. Sono un poeta, non un filosofo in versi; Parmenide e Platone, qui, non c’entrano nulla. Heidegger era un uomo amabile, che ha fatto sì che noi restassimo in buoni rapporti anche dopo aver esaurito ciò che avevamo da dirci. M’interessava soprattutto quando focalizzava la sua attenzione sui Greci. Ma i suoi discepoli, generalmente mediocri, mi annoiano. Attraverso una sorta di automatismo, vogliono metterci insieme, pretendono che si sia detta la stessa cosa. Il che non ha senso. Siccome vogliono che io sia stato ispirato da Heidegger, quand’avevo già scritto i due terzi di ciò che ho scritto, e basta leggere ciò che ho scritto, suppongono meccanicamente che si sia detta la stessa cosa solo perché eravamo amici».
Comunque, nel settembre del 1966, su invito di Char, il filosofo tedesco soggiorna a Thor, nei pressi di Isle-sur-la-Sorgue, e tiene un seminario su alcuni frammenti eraclitei. Seguiranno altri due incontri, nel 1968 e 1969, dedicati rispettivamente a Hegel e ancora a Eraclito. Ai seminari di Thor parteciperà un numero assai ristretto d’intellettuali, tra i quali Jean Beaufret, François Fédier e un giovane Giorgio Agamben.

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VECCHIE IMPRESSIONI

[Cfr. René Char, Œuvres complètes, Gallimard, 1983, pp. 742-744. Si tratta della versione definitiva del testo, apparsa nella seconda edizione accresciuta de’ La recherche de la base et du sommet, 1964.]


Le vecchie impressioni che mi appresto a dire sono apparse sovente all’intersezione di una lettura tenace, per dirla con Jean Beaufret, dei grandi testi di Martin Heidegger e dall’esercizio quotidiano di una vita umana che molti di noi hanno provato ad eguagliare, senza contornarla, nei punti più bassi come pure nelle altezze. Un omaggio di rispetto, riconoscenza e affetto a Martin Heidegger.

… Nel momento in cui viviamo – penso soprattutto a chi è alle prese con l’indubbia ipnosi diffusa dal clima dell’epoca – la speranza, quest’incerto rimuginare, è davvero l’unico linguaggio attivo e l’unico stimolo suscettibile d’esser trasformato in movimento buono. Siamo tenuti a garantire che questa speranza non sia candore. La poesia è la solitudine non distante dagli affanni di tutti, vale a dire una solitudine che ha modo di confidarsi; all’alba, non si è nemici di nessuno, tranne che dei carnefici. Per Hegel, la filosofia, dal punto di vista del buon senso, è il mondo alla rovescia. Per alcuni, dal punto di vista dell’equità, la poesia è il mondo al posto giusto. Anche se vittima di una natura pessimista, colui che accetta, volente o nolente, le prospettive del divenire, deve convincersi che il risvolto di questo pessimismo è la speranza integra, la speranza che sorga qualcosa d’imprevedibile, in cui distingueremo un vantaggio, o, al contrario, un ermetico maleficio, e che l’oppressione verrà momentaneamente rovesciata. Pensare al peggio non è forse un segno di rispetto per gli altri? Sembra che la poesia, attraverso le vie che ha percorso e le prove che l’hanno resa concreta, costituisca il ricambio che permette all’essere ferito d’acquisire nuove forze e fresche ragioni. La poesia, soltanto di rado, è spigolatrice d’indulgenze, istigatrice di piccoli, fantasiosi misfatti. La sua originalità non si smarrisce in un pagliaio.
… La parola attraversa l’individuo, definisce uno stato, illumina una sequenza del mondo materiale; propone anche un altro stato. Il poeta non forza il reale, ma ne libera una nozione da non lasciare assolutamente alla sua nudità autoritaria.
… Abbiamo immaginato, nel 1945, che lo spirito totalitario avesse perso col nazismo il suo terrore, i suoi veleni sotterranei e i suoi forni definitivi. Invece, i suoi escrementi sono interrati nell’inconscio fertile degli uomini. Una sorta di colossale indifferenza verso il riconoscimento degli altri e della loro espressione vivente, parallelamente a noi, ci informa che non esistono più princìpi generali né morale ereditaria. Un movimento fallimentare li ha spazzati via. Vivremo improvvisando adiacenti al nostro prossimo. Diventata sete la fame, non per questo la sete si fa nuvola. Un’intolleranza demente ci circonda. Il suo cavallo di Troia è la parola felicità. E io credo che sia mortale. Parlo da uomo senza peccato originale sulla terra del presente. Non ho mille anni davanti a me. Non mi esprimo a favore d’uomini lontani che saranno – come dubitarne? – infelici quanto noi. Rispetto la loro venuta. Per abitudine, tentiamo di prolungare l’ombra netta d’un grande ideale davanti a quel che chiamiamo, per comodità, il nostro cammino. Ma un simile tratto sinuoso non ha scelta tra l’inondazione, l’erba selvatica e il fuoco! Nondimeno, l’età dell’oro che ci è stata promessa meriterebbe un nome simile soltanto nel presente, o poco più in là. La prospettiva di un paradiso ilare distrugge l’uomo. Tutta l’avventura umana ne è la contraddizione, ma per stimolarci, non per sopraffarci.
… Come liberare la poesia dai suoi oppressori? La poesia, chiarezza enigmatica e urgenza d’intervento, quando li scopre, li annulla.
… Dobbiamo imparare a vivere senza sudario, a rimettere alla giusta altezza, ad allargare i marciapiedi delle città, ad affascinare la tentazione, a spingere in primo piano la parola nuova per consolidarne l’evidenza. Non è un assalto ciò che sosteniamo, ma molto di più: una paziente immaginazione in armi ci introduce a questo stato di rifiuto incredibile. Per preservare una disponibilità e continuare l’inclemenza del non-Io.
… Apparteniamo a una stirpe che si sente costretta in calcoli rigidamente intellettuali. L’eresia scuote la vanitosa ortodossia.
… Il poeta è attraversato da volontà passeggere, lui, il vecchio nutritore, così simile al cuculo, questo celato realista, questo fannullone assoluto!
… Il poeta non ha alcuna missione; comunque sia, ha un compito. Non ho mai proposto nulla che, una volta passata l’euforia, rischiasse di farci precipitare.
… Soccombere è il rischio, ma solo per un editto luminoso che possa contenermi senza che io soffra nel trovarmici alle prese.
… Per quale motivo la parola «poeta» mi attraversa così spesso? Perché vi siano più spazio nel pieno e meno errori su un’identità rivelata male. Per la necessità di preservare le ombre maestre.
… Creare: vuol dire escludersi. Quale creatore non muore disperato? Ma si è disperati quando si è lacerati? Forse no.


1950, 1952, 1964.