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[Un estratto dal mio Infilare una mano tra le gambe del destino. In origine era il paragrafo 9 di Quest’amante che si chiama verità. Le illustrazioni sono di Hans Bellmer.]





Qual è il senso vero di questa materia animata che è il mio corpo? In cosa posso sapermi davvero reale? E come?
Una formula sibillina, ma fatta di tutte le idee che urtano contro la morte, mi riecheggia in testa sempre più insistente: osare il gioco. Il che implica, almeno per me, non tanto un’ingiunzione, quanto un’inclinazione, un’imprudenza essenziale, attraverso cui bisognerà riunire ciò che è separato e sanare quelle fratture della materia che l’umanità ha prodotto con tutte le sue mancanze. Solo così si può raggiungere la realtà del proprio mondo incarnandone il senso.

Io non ho un cazzo soltanto per scoparti. – Il sesso mi aiuta a zittire la ragione, a spalancare il ventaglio delle mie vite. Nessuno può dirsi al mondo se non si apre all’imbarazzo della propria umanità. – Il sesso è l’errore che scongiuro ogni volta facendoti esistere dentro la mia carne.

Gli dèi hanno sempre invidiato la carnalità, hanno sempre cercato di disincarnare l’amore per disinnescarlo e quindi ridurlo in prescrizioni, liturgie. Muovendo dalla loro dimensione ultramondana, si sono spesso incarnati per concupire o redimere un’umanità anarcoide, insofferente. Ma nessun dio resiste dentro la carne, nessun dio è tanto forte da morire per sempre attraverso la sua incarnazione terrena.





Il toccare l’altro – e i diversi corpi che sono al mondo – genera questa cosa che si chiama realtà. Il farsi toccare, a propria volta, ne costituisce la conferma, la possibile compiutezza.
Se io non ti toccassi col mio corpo, potrei sì amare la tua figura, l’idea che ho di te, la condivisione virtuale delle nostre intelligenze, delle nostre sensibilità, ma non riuscirei a viverti compiutamente come reale presenza. La presenza è fatta di masse, toccamenti, azzardo. Il mio essere toccante ridefinisce senza posa il tuo corpo sensibile. Ti creo cioè uno spazio per l’intimità – con le mani, le labbra, il cazzo – facendo della mia riconoscenza un’erezione e del tuo riconoscimento la più bella delle carezze.

Le parole che dicono la tenerezza sopravvivono sempre a quest’ultima. Paradosso irritante, demonico, che però consentirà alla mia carne, anche dopo la morte, di carezzare nuove vite e scopare altre intelligenze.
Le consegne dell’infinito spettano soltanto alle parole, ai simboli che rimbalzano di corpo in corpo. Dopo la nascita del pensiero simbolico, gli uomini hanno creato il piacere carnale per poter eludere o inseguire l’eternità. In questo movimento, così patetico e bello, le nostre tenerezze recano in sé uno sprazzo d’infinito; tuttavia non possono fermarlo, né tanto meno tradirlo, tranne che in effigie, in figurazioni inadeguate o discorsi faticosi che lo braccheranno sempre invano.

Quando la donna che amo è lontana e non posso averla – per colpa, molto spesso, di una di quelle ignobili stupidaggini legate alla necessità (come ad esempio il lavoro) – mi provo sempre ad evocarne gli occhi, la voce, la fica. Mi creo cioè un incantamento, un sabba di parole e segni per poter riportare alla memoria – soprattutto alla memoria di ciò che scuote il mio cazzo – la presenza di lei, l’intelligenza furiosa della sua femminilità, quel disvelamento della sua realtà che fa ergere il mio pensiero.
Avendo toccato, avendo ucciso in me il tempo e le parole della morte nell’incastro carnale, nessuna distanza potrà mai possedermi. L’assenza non è separazione. I vuoti stessi del mondo sono solo il preludio di una piena, se mi concedo la grazia di serbare un tuo brandello di carnalità dentro la mia presenza.

M’invento un oltre che non è mai altrove e confondo i limiti dell’esistente per non confondere il mio corpo in essi. Anch’io baro con la morte, anch’io semino dubbi per raccogliere nuove risposte.

Ti tocco. T’infilo le mie dita nella fica. Ti masturbo con tutta la poesia che ho. E lascio franare tutte le mie mancanze rovesciandole in questo sangue che mi rende duro, fragile, aperto.
Tenerezza è leccarti a lungo finché non mi vieni in bocca. È lisciarti le gambe mentre dormi sul divano. È leggerti le mie cose quando ti metti lo smalto sulle unghie e so per certo che non mi ascolterai (le donne e lo smalto per le unghie sono una coalizione temibile, una delle Belle Arti rimasta da sempre in incognito).
Tenerezza è il tuo sorriso stanco, sincero, quando i ritmi della società ti scippano buona parte del tempo, e tu non cedi, non vuoi cedere, ti ostini a sorridere, a leggere Beckett, a mostrare in giro i tuoi décolleté, a strusciarti mezza nuda contro i miei giorni.
Tenerezza è questo movimento che ci rapina della morte regalandoci un’illusione più forte della pietra.

– Alla verità, abbiamo sottratto l’impossibile contegno della materia.



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