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Ricollegandomi ad un recente testo sulla violenza e ad un precedente cut-up di brani dal mio ultimo libro (dedicati al tema dell’anarchia e della potenza), rincaro qui la dose pubblicando un intero paragrafo dell’Ingovernabile. Stavolta il tema cardine è la mia concezione “combattente” dell’amore. Buona lettura.


Per chi si apre all’esperienza delle passioni, il mondo sa essere bello, fertile, affascinante, eppure non cessa di contenere anche i nemici umani della vita e delle sue magnifiche eventualità.
Chi oggi condanna l’uso di certe parole, preferendo l’igiene semantica degli eufemismi o la prudenza dei mezzi termini, è solo perché ha paura di ciò che le parole possono ancora dire con disarmante nettezza.
Non tutti i discorsi sono vuoti, a questo mondo, se ci sono parole che restano salde e non permutabili.
Il nemico esiste, agisce a vari livelli su scala globale ed esercita da millenni un potere di vita e di morte sui viventi. La sua economia appare ormai come una seconda natura dell’uomo. Il suo potere ha un tale grado di pervasività e di stratificazione da scoraggiare quasi del tutto ogni avventura contro di esso. L’avventura stessa è ridotta a divertimento organizzato, ad una merce tra le tante, scambiabile come tutte le altre merci contro un surrogato di vita.
Il fine ultimo del nemico, ormai lampante, è far sì che le relazioni tra i viventi diventino sempre più normate, rarefatte, virtuali, inscenando una rappresentazione delle libertà individuali solo ai fini di una pacifica riproduzione dell’intero sistema, e facendo passare tutto questo per una grande conquista dell’umanità.
Ma la tendenza ad un controllo totale da parte del sistema porta come corollario la possibilità reale di un suo rovesciamento totale. Se si aprisse una falla anche in un solo punto del sistema, mettendone in pericolo la generalità e innescando un movimento di trasformazione non recuperabile dalle strutture capitaliste (che sono conformate per razionalizzarsi anche e soprattutto a partire dalle proprie crisi), si creerebbero degli spazi d’autonomia dove potersi inventare nuove modalità di vita collettiva all’insegna dell’autogestione e di piccole comuni libertarie associate in federazioni non gerarchizzate.
Il capitalismo si è sviluppato gradatamente, per almeno un paio di secoli, dentro il regime economico feudale, assumendo poi il controllo politico della società con la rivoluzione francese del 1789-99. In modo analogo, le possibili alternative al capitalismo devono innestarsi materialmente all’interno di esso, sviluppandosi in rizomi sempre più estesi, fino ad annientarne il potere politico.
In un epoca in cui diventa quasi aleatorio coniugare i verbi al futuro, l’impraticabilità di un’insurrezione libertaria su vasta scala inibisce le buone intenzioni di molti e lascia agli indolenti (o ai finti oppositori) l’estremismo di sognare un mondo nuovo senza la necessità di metter mano a quello vecchio.
Eppure, in questo mondo dove le paure dell’uomo si danno battaglia ogni giorno, l’ingovernabile e il meraviglioso non smettono di albeggiare. Basta solo che si dia ampio spazio alla naturalità dei rapporti, ossia ai fattori poetici della vita – come amore, amicizia, cameratismo, compassione – per far sì che il senso di tutto, almeno a sprazzi, si coaguli vertiginosamente intorno ad un’esperienza sensibile dell’assoluto. D’altronde, i cosiddetti poeti, da Omero in avanti, non hanno fatto altro che cantare l’ebbrezza e l’instabilità generate dalle pulsioni più naturali dell’uomo.
All’interno di gruppi umani non gerarchizzati, l’unione collettiva di base, indispensabile per costruire una vita appassionante e per darsi gli strumenti atti a contrastarne i nemici, è la comunità amorosa e combattente fondata su dinamiche affettive, poetiche e di gestione condivisa delle passioni comuni.
Già a partire da due si può essere una Comune. Solo un gruppo di amici può vivere gioiosamente anche le contraddizioni tra affetto e libertà.
Chiunque abbia provato, almeno una volta nella vita, la potenza che si scatena da una passione autentica, sa bene di cosa è capace l’uomo che è libero di amare.
La reciprocità amorosa che s’innesca nelle comunità di cuore nega gli schemi della sottomissione e offre un divenire comune all’unicità dei suoi membri. È un dato di fatto incontrovertibile, quasi banale: l’amicizia verso il mondo, se scongiura la coazione a socializzare e i rapporti di circostanza dettati dalla necessità esterna, resta l’arma più potente per contrastare il nichilismo individualista diffuso su scala sociale.
Avere ben chiari i propri sentimenti e le proprie idee, è fondamentale per muoversi adeguatamente senza inciampare. Il terreno della società capitalista, fondata sulla guerra di tutti contro tutti, costringe a battagliare quasi ad ogni passo. Proprio per questo, la comunità amorosa e combattente deve limitare la sua guerra contro il potere ai momenti essenziali, cercando di raggiungere il massimo dei risultati col minimo sforzo.
Il nemico è forte, preponderante, ed è ovunque – anche dentro i limiti delle nostre relazioni col mondo. Va quindi affrontato con lucidità, fantasia e coraggio colpendolo nelle sue aree d’inconsistenza e garantendosi sempre una via di fuga. Non si lotta solo per vincere o per difendersi, ma si lotta soprattutto per poter vivere compiutamente il proprio mondo. La logica del sacrificio non deve prevalere. Soltanto il voler godere amorosamente della propria vita dà un senso alle guerre che potremo intraprendere.
Nel combattere i nemici della comunità amorosa, bisogna dare importanza alla velocità dei movimenti e alle conquiste che si possono difendere e sviluppare senza prestare il fianco alla reazione dell’avversario. Le lotte che non abbattono il nemico si pervertono negli ingranaggi delle sue strutture politiche e tendono a rafforzarlo.
L’amore vuole tutto il tempo, tutto lo spazio. Non tollera l’esistenza di pratiche che lo limitino. Esige la totalità e si pone sempre in essere come una potenza che tende alla pienezza del vivere. Ecco il motivo per cui l’amore è sempre stato relegato in una sfera privata separandolo funzionalmente dall’ambito politico ed economico. Quando non è  finalizzato alla riproduzione della specie, l’amore viene visto come una turbativa, un eccesso, una mera dissipazione di forze. Di conseguenza, risulta un intralcio alla produttività e un potenziale pericolo per la stabilità del sistema.
Mai del tutto assoggettabile alla produzione e al consumo dei valori sociali, l’amore mette in gioco l’unicità dei viventi aprendola ogni volta alla possibilità di una Comune ingovernabile, creando cioè uno spazio dove può affermarsi un amore senza padroni e che non è cartografabile a partire dai luoghi comuni della società.
Quando si costruisce una qualità delle relazioni, i numeri non sono fondamentali. Anche un gruppo esiguo, anche un solo uomo può abbracciare un intero mondo.

Carmine Mangone, La qualità dell’ingovernabile, Gwynplaine, 2011.



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