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Jorn-Debord-Fin-de-Copenhague


scrittura di continuità loc. 1. Flusso di dispositivi testuali o ipertestuali fondato su una rilegatura emozionale o culturale, programmatica o indotta, di tutte le scritture di una data singolarità, attraverso l’utilizzo di specifiche tecnologie autoriali miranti ad abbattere la separazione modale tra i diversi momenti della scrittura (ossia: tra il necessario e il contingente, tra il volontario e il casuale-oggettivo). 2. Inclinazione o metodo autoriale che si basa sull’onniscrittura o che mira ad essa.

Per ogni uomo che abbia scritto a monte, vi sarà sempre qualcun altro che scriverà a valle.
C’è un’origine dei segni e delle scritture, più o meno lontana nel tempo, per ognuno di noi (e per ogni noi), che genera innumerevoli fiumi, forse altrettante foci, e un numero quasi illimitato di ricombinazioni “liquide” del senso.
L’avvento delle reti telematiche e dell’immaterialità digitale ha aumentato in modo impressionante la velocità di accumulazione e ricombinamento dei segni e delle conoscenze. Ogni umano connesso in rete ha infatti a disposizione – nell’immediato – un database spropositato di informazioni, al quale attinge senza soluzione di continuità per costruire i proprî saperi, le proprie comunicazioni da inoltrare agli altri. Anzi, l’essere connessi a questo enorme bacino di dati è ormai la cifra stessa della contemporaneità; il che non vuol dire che si riesca sempre a sapere cosa usare e come usarlo efficacemente.
Coloro che scrivono possono ormai perdersi tra le scritture, abbandonarsi al flusso incessante dei segni, lasciarsi irretire dall’onniscrittura, consapevolmente o no; scelta (o mancanza di scelta) che implica sovente un’accettazione passiva degli strumenti a disposizione e una creatività ridotta funzionalmente in dinamiche di massa (per quanto apparentemente customizzabili).
Viceversa, chi intenda costruirsi un percorso specifico, ossia una propria delineabilità, una propria qualità autoriale, deve porsi necessariamente la questione del “saper scrivere”, ovvero del miglioramento della propria capacità di selezione, innovazione o rimixaggio degli elementi culturali, in modo da darsi una continuità (e quindi una singolarità) nei processi globali di scrittura.
Il costruire una continuità della propria presenza nel flusso delle scritture implica di default un metodo, o almeno delle tecniche – tecniche di scrittura e tecniche di desiderio – miranti a “rilegare” i picchi di senso delle proprie esperienze di scrittura e comunicazione.
Ma da dove si parte? E con cosa?
La presunta complessità della vita contemporanea è data dall’estrema frammentazione dei vari elementi che la compongono. La vita non appare facile – e per molte forme-di-vita non lo è davvero –, non essendo affatto semplice collegare tra loro i diversi aspetti e i molteplici fattori di un qualsiasi problema connesso al vivere moderno; il che non significa però che sia impossibile. Ragion per cui, il primo passo dovrà consistere necessariamente nel collegare alcuni pezzi, alcuni elementi del mondo, in modo da comporre un tessuto di relazioni (di segni) che sia leggibile e che abbia un senso per noi e per gli altri, abbattendo quindi le separazioni che agiscono tra e contro le forme-di-vita.
Cassetta degli attrezzi minima per fare un’opera: elementi presi nel mucchio; idee per mobilitarli, movimentarli, svilupparli; tecniche semplici e immediate per scrivere il mondo, qui, subito, senza sensi di colpa, né complessi di inferiorità.

[L’illustrazione è una pagina di Fin de Copenhague, opera realizzata da Asger Jorn e Guy Debord nel 1957].



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