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Moby Dick on my desk


onniscrittura (on-ni-scrìt-tu-ra) s.f. Disposizione culturale, mentale e tecnica fondata sull’accessibilità continua e sulla disponibilità tendenzialmente illimitata di tutte le scritture preesistenti o immaginabili ai fini della scrivazione.

Per saper scrivere, è ancora e sempre necessario riuscire a padroneggiare la forma e il contenuto delle proprie scritture, fluendo con esse e grazie ad esse verso un picco di senso ben preciso (non necessariamente predeterminato in tutto e per tutto, ma voluto, cercato, perseguito con continuità).
Al contrario, per scrivere e basta, per andare cioè incontro ad un qualsiasi senso del mondo, senza alcuna velleità di cooptarlo all’interno di un progetto di scrittura definito, non occorre acquisire una padronanza specialistica dei dispositivi di scrittura.
Per scrivere, basta scrivere. In parole povere: bastano poche e semplici tecniche di scrittura per dare una forma immediata alla propria voglia di senso e per potersi staccare dal rumore di fondo della contemporaneità dando un corpus istantaneo alle proprie relazioni col mondo.
L’ispirazione non è più un input, uno stimolo legato a condizioni particolari e privilegiate, magari casuali o irrazionali. L’ispirazione, oggi, è un insieme di connessioni costruito. Questo vale sia per un romanziere à la Bolaño (La parte dei delitti della pentalogia 2666 è emblematica), sia per un qualsiasi adolescente che s’inventi un meme.
Per scrivere un racconto o un tweet che abbia senso per gli altri – e non solo nell’ottica del proprio narcisismo o di determinate funzioni sociali – bisogna anzitutto calarsi nel bacino comune dei testi umani e saperne godere con fantasia e destrezza.
S’innesca così una velocità di giudizio (o di incoscienza, perché no?) che porta ad un progressivo annullamento della distanza tra lettura e scrittura.
Ormai si legge quasi soltanto per scrivere immediatamente altro: commenti a go go sui social network, tentate seduzioni in chat, cazzeggio tra amici tramite instant messaging, trolling, ecc. Anche i più seri (e “puritani”) intellettuali saccheggiano ormai l’immediatezza e la ricchezza delle informazioni connesse in rete, benché spesso non amino ammetterlo.
Detto questo, appare logico che un affinamento anche minimo delle tecniche scrittoriali, pur non portando necessariamente ad un saper scrivere, aumenti le possibilità di godimento e di efficacia delle proprie scritture.
Ormai si può scrivere senza ispirazione, senza freno, in ogni momento, con ogni forma possibile o desiderabile. Quella che possiamo chiamare la potenza di scrittura del singolo si aggancia ad un bacino collettivo e preesistente di scritture, ne seleziona degli elementi, ne plagia alcuni, ne ricombina creativamente altri, ecc. ottenendo così una singolare contestualizzazione del senso generale delle parole.
Chi l’ha detto che non si legge più?… Semmai si legge senza pietà, si approfitta bassamente delle scritture altrui, si legge da egoisti stirneriani, pronti a srotolare ulteriormente il senso del mondo in un eterno rilancio dei segni.

[Illustrazione di Antonello Bancaruta Campus].



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