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«– Quanto siete ingenui! Non vedete che la guerra è persa in partenza? Perché vi ostinate ad assecondare un ritmo che non permette conquista e che abbatterà ogni costruzione? – Ingenui noi? E sia! Lasciatemi però dire che voi mettete sullo stesso piano la nostra andatura e i vostri scopi, la nostra potenza e il vostro potere, ma così facendo vi sbagliate di grosso, non potete illustrare la carne viva con parole di pietra, non si può esaurire l’idea del volo con lo sbattere di una mosca contro il vetro. (…). Passano invano su questa terra i vostri droghieri, i vostri gendarmi, le vostre anime pie, non certo quelli che hanno la faccia tosta di sparare sulla morte e su chi le arrota la falce. – E in cosa consisterebbe questa differenza? – Nel fatto che sono qui, a portare nelle mie parole il movimento della loro caduta e della loro sfrontatezza, e a farne non un fine, né tanto meno un esempio, bensì una designazione, un richiamo alle prossime aperture, e a farlo senza nascondermi il patetico del pensiero che già porta in sé l’unicità possibile dell’uomo non riuscendo però a dirla», Fuoco sui ragazzi del coro, pp. 28-29.

La parte finale di Fuoco sui ragazzi del coro è solo fintamente conclusiva. Il dispositivo testuale non predispone infatti un termine della “narrazione” o del discorso, volendosi semmai come intendimento (non solo ideale) tra passato, presente e futuro in una continuità teorico-pratica che oltrepassa la mia stessa ingiunzione senza però agganciarla ad un bilancio storico.
Uso qui non a caso il termine “intendimento” e lo uso per tutte le sue possibili risonanze: intento, intenzione, corpo intensivo, in tensione, volontà di capire, carpire, campire.
C’è sempre una speranza nell’opera aperta, nell’opera che si dà in pasto al movimento del sapere e delle s/edizioni. Si ripone sempre una qualche fiducia nel vivente e nelle sue capacità di lusso mentale, allorché si eludano le logiche territoriali improntate alla proprietà, alle recinzioni, alla chiusura delle parentesi.
Il territorio deve restare un’ampia eventualità, uno spazio rigato, accarezzato dagli attraversamenti del vivente, nonché dal senso che essi vi disegnano.

Intendiamoci. Quando parlo di attraversamenti, non mi riferisco alla circolazione di ciò che ha un valore.
So bene quanto sia essenziale la circolazione del valore alla base del capitale. Nel processo capitalista, ogni scambio presuppone un incessante movimento del valore e si vuole come mera tappa del generale processo di valorizzazione. In ogni scambio, c’è un richiamo particolare al valore e all’ordine mitico di tutti i valori – un ordine astratto, umanamente impraticabile, invivibile.
L’attraversamento cui mi riferisco – e che ho praticato diffusamente nella mia vita, nonostante i limiti oggettivi imposti dalla società umana – non ha a niente a che fare con la valorizzazione, quanto piuttosto con la gratuità in tutte le sue possibili accezioni.
Non c’è uno scambio reale in certi miei andamenti, bensì una dissipazione fine a se stessa, senza contropartita. Dono di energie. Omaggio al movimento possibile degli altri. Però privo di valutazione, di giudizio.
– Il mondo si muove ogni giorno, io mi sposto col mondo e ogni elemento che si sposta con me non si muove necessariamente contro ciò che desidero.
In realtà, io non parteggio neanche per il movimento, bensì per il ritmo che riesco a far emergere in esso malgrado la mia inclinazione tipicamente “civile” per le abitudini, la “familiarità”, la necessità di conferme (inclinazione che è socialmente determinata, e che mi lega alle convenzioni, alla “cittadinanza”, attraverso un fittissimo intrico di mediazioni).

È impossibile disinnescare il cuore. Vi farò quindi esplodere insieme a me.

Parlavo di un intendimento. E ho cercato di non spiegarmi fino in fondo, di restare deliberatamente alla superficie del senso creando un territorio di eventualità.
Così facendo, devo però restar vigile sul possibile fraintendimento, ossia sulla chiusura, sul senso che si fissa in un’opera accartocciandovisi.
Per il libro, il testo è come un paguro. Questi può certo liberarsi della sua casa di carta o digitale. Può scalare montagne di senso o farsi valanga. Il che non significa però che ci basti liberarlo, denudarlo. La libertà da sola non basta. Il testo va trasformato semmai in un flusso di relazioni uniche, in un percorso che possa lasciar passare la più bella verità pratica (per dirla con Isidore Ducasse) costruendo esperienze compiute, comuni, quantunque al confine con l’ineffabile – un po’ di qua, un po’ di là.

[Che dire intanto dell’unicità, di questo concetto cardinale che provo a rendere carne viva in ogni relazione col mondo? – Io sono unico, e lo sono in quanto dotato di una mia specificità fisica e di pensiero. Per gli stessi motivi, anche tu sei unico, benché in un un modo del tutto tuo. Ciò è di un’evidenza assoluta. Tuttavia, la nostra eventuale relazione non risulterà unica per forza di cose. Le relazioni e il senso non sono mai automatici (non completamente, almeno). Vanno costruiti, difesi. Vanno soprattutto sviluppati, sennò diventano invariabilmente delle parentesi chiuse – ossia abitudine, tradizione].

La meraviglia è nelle parole di chi non dice.

Divenir-lavagna. Di sé, per gli altri. Non apporre alcuna firma ai propri scritti. Lasciarli anonimi. Essere in tal modo al di là del bene e del male di ogni possibile testo. Il che significa, più di tutto, non dover percorrere un testo soltanto per la salute delle parole.

Come eludere la stanchezza o l’impossibilità di andare con un senso senza esserne diretti? Dove ci portano le nostre gambe quando si gira intorno alla soddisfazione di un possibile? Ci può essere un punto di fuga sul bordo del cerchio?

Come forse avrai già notato, mio caro lettore, a me piacciono le domande, le questioni – per cui non faccio altro che infittirle, produrne a piacimento, coccolarle.
Mi piace abitare nel punto interrogativo, nella sua maliziosa sinuosità, la quale si muta spesso in una scabrosità ben poco dialettica. Tuttavia, non per questo io arrivo ad invidiare gli spagnoli, che ne usano addirittura due nelle loro frasi interrogative. Per me, le domande non devono mai ridurre in un recinto colui che ne tenta le risposte, neanche in un recinto puramente formale.

Il territorio è uno spazio ricreato incessantemente dalla nostra presenza, nonché dalla padronanza di tutti quei movimenti che ci riconducono a noi stessi.
Il luogo comune, all’interno delle nostre mappe, è invece uno spazio dove preferiamo adagiarci, riposare, riprendere fiato per poi ricollocarci in una nuova distanza, in una nuova sfida rispetto all’impossibile.

Gennaio-febbraio 2015. Continuazione di L’esplosione della testa, del testo. Fotografie di Joel Sossa.

 

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