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[ Testo apparso originariamente il 17 gennaio 2020 su Neutopia e qui riproposto con alcune lievi varianti. ]

Stai tranquilla, non credo a una
sola parola che dici, ma a tutte insieme.
Ingeborg Bachmann

Ci sono di quelli che provano e riprovano un brano musicale, restando ligi alle indicazioni dello spartito, finché non sono contenti della propria fine esecuzione. Io, all’opposto, perseguo il fragore deragliante di un destino contro il quale lotto ogni giorno per il puro gusto di non darla vinta all’idea di morte che vien legittimata dagli spiriti servili.
Però non mi si fraintenda. Mi occupo meno dei presunti umani e molto più di quel movimento che potrebbe riconsegnarmi, anche mio malgrado, e in ogni momento, al bacino comune della materia vivente.

Io sono qui, nel mio dolce divieto della banalità, insieme all’oblio che ci abbandona tutti sulla nuda terra, e mi tengo in uno spazio aperto che è fatto sempre più di non sapere, tappeti di trifoglio e movimenti eterni.

Detesto profondamente la gente che insegue il bello stile, la cialtroneria democratica della letteratura, i premi, i lettori, la critica cazzinculo, come pure la poesia senz’orgasmi, senza fica, senza pompini, vale a dire tutta quella poesia da decerebrati che strizza l’occhio al potere, e che si vuole senza fottisterio, senza la santa frociaggine dell’universo – quella poesia, insomma, che fa la muffa, la ruggine, e che proprio per questo avrebbe bisogno di una bella passata di minio (non di arminio).

Contro la boria poetica di “paesologhi” e recuperatori della ruralità, io sono per lo spopolamento dell’interno, di qualsiasi interno (anche del mio, anche del vostro).
Abbiate quindi cura di lasciare la gratuità ai faggi, agli ontani, ai lupi, alle martore, al gatto selvatico. Accettate il consiglio del proletariato animale o dei lumpen vegetali: morite in guerra dentro le vostre città di merda e non state a preoccuparvi della materia vivente che vi seppellirà.

Allungare le mani e fare una carezza ad ogni possibile del mondo. Non è difficile. Non è gravoso. Basta solo staccarsi dalle proprie certezze senza farsi schiacciare dalla necessità. L’affetto non può diventare una necessità. I piccoli di cinciallegra spiccano il volo e non torneranno mai più al nido. Occorre scrollarsi di dosso i limiti del padre e della madre, uscire dai loro puerili ricatti sentimentali e disconoscerne ogni potere sui nostri migliori accanimenti.

Ho costruito il mio pensiero e le mie visioni dell’esistente a partire da una massa di informazioni, schemi, abitudini ed errori che mi è stata consegnata dai Padri e dalle Madri dell’umanità. Non diversamente da chiunque altro, ho dovuto assecondare questo passaggio, questo affido, almeno finché non si è andata sviluppando in me una personale capacità critica.
Le narrazioni storiche del mondo sbozzano l’arredo emozionale e affettivo del singolo. Attraversando idee e luoghi, maturiamo poi un nostro andamento critico lungo lo snodarsi degli eventi. Ed è proprio grazie alla critica – intesa come autonomia di pensiero nel divenire del mondo – che giungiamo alla consapevolezza della nostra unicità.
Il processo critico di costruzione e sviluppo dell’unicità può avere molto di singolare, ma niente di separato. L’unicità è come un taglio nell’infinito srotolamento delle relazioni – l’emergenza di un ritmo jazz delle particelle – la semplicità che diventa l’opposto della parsimonia – uno choc gentile, costruito, irreplicabile, che fa una tacca, ogni volta, lungo il movimento generale del nostro vivere.
Quindi: l’unicità è l’irruzione del senso, l’addensamento migliore e sempre effimero di tutti i possibili in uno spazio riconoscibile, aperto, ma non necessariamente cartografabile.

Tra le opere che non sono sprofondate nella palude della letteratura mainstream, mi torna in mente il Bebuquin di Carl Einstein, questo prodigioso antiracconto del 1912, che continua a non dirci alcunché di accomodante e ad insinuare altresì ogni arbitrio possibile dentro il flusso della narrazione, sbattendo in faccia al lettore un intellettualismo sardonico, posticcio, tale da far sembrare l’autore una sorta di Karl Kraus in acido: «Bebuquin, con te i conti non mi sono ancora tornati. Abbiamo dormito insieme, ed ecco che t’arriva la filosofia, e questo è davvero comico. Con te non ci si può prendere sul serio, un contrasto divora l’altro».
E che dire di Je ne mange pas de ce pain-là del sedizioso Benjamin Péret, di questa sua raccolta di veemenze surrealiste (uscita nel 1936) che ha ridotto la poesia a un coacervo di micro-libelli sovversivi anticipando in qualche modo, e di ben quattro decenni, l’astio e la bricconeria anarcoide di certi testi punk? «Allora gli uomini che schiacciano i senatori come cacca di cane / guardandosi negli occhi / rideranno come le montagne / obbligheranno i preti ad ammazzare gli ultimi generali con le loro croci / e a colpi di bandiera / massacreranno i preti in un amen». Ricordo ancora con emozione la pietra tombale del poeta, al cimitero parigino di Batignolles, su cui campeggia il titolo dell’opera in questione. Poteva mai esserci epitaffio migliore per un ingovernabile come Péret?
Poesia è ciò che albeggia nonostante la morte. Anzi, poesia è proprio ciò che contrasta e accoglie la nostra mortalità creando una promessa di pienezza ed emergendo dal fondale del cosmo come un battito, un ritornello, una sorta di basso continuo che accompagna storicamente la ricerca di un varco attraverso le coltri della necessità.
La poesia contemporanea – la poesia uscita dagli smacchi di Rimbaud e Lautréamont – non narra, non socializza, non indugia sui dati edipici che ci vengono trasmessi col verbo dei padri. Minando i confini del discorso, essa sormonta le rappresentazioni del mondo e fa riaffiorare le voci che son state sommerse storicamente dalle narrazioni sociali – o almeno tenta, viene tentata.
Un altro grande antagonista dell’Edipo – in aperta rivolta contro le narrazioni dei padri, delle madri e contro la sua stessa madrelingua (il romeno, abbandonato ben presto per un francese fantasmagorico, in continua ricombinazione) – è stato senz’altro Ghérasim Luca. Poeta dell’oltranza, Luca ha rifiutato ogni cittadinanza alla propria opera, preferendo annegarsi nella Senna anziché accettare una qualche subordinazione anagrafica, letteraria. I suoi “balbettamenti” – tanto cari a Deleuze – hanno infuso nuova potenza ai significanti e aperto inusitati territori al senso delle parole: «ne dominez pas vos passions rations vos / ne dominez pas vos ne vos ne do do /minez minez vos nations ni mais do / minez ne do ne mi pas pas vos rats / vos passionnantes rations de rats de pas». Il suo, resta un ironico, deliberato farfugliare, che cela un reale attacco sia alla poesia dopolavoristica, sia alle ipostasi burocratiche della cultura: ricerca di una prosodia singolare, attuale, ma, al tempo stesso, riconoscibile e antica come i movimenti tettonici della Terra; costruzione di un ritmo e di una molteplicità del senso che possano rivelarsi all’altezza del cuore feroce e bambino di ogni autentico agitatore poetico. Niente a che vedere, quindi, col nichilismo piccolo-borghese da bar Sport o coi giochini da impiegati zelanti della negazione culturale.
In Italia, fra il dilagare degli scribacchini egotici e la “baciperuginizzazione” della poesia, rimangono sempre più rari gli autori grondanti autenticità, come ad esempio il tenero e boccaccesco Victor Cavallo (al secolo Vittorio Vitolo, morto nel 2000), del quale occorrerà assolutamente salvare almeno il testo apparso nel giugno 1979 sul n. 1 di Guida Poetica Italiana e che si chiude così (con toni quasi artaudiani): «(…) lei apparirà. Bruciando i tampax dell’anima sanguinante. / apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa / anima luminosa come arcobaleno puro / radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda / e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita».
Al giorno d’oggi, si tende a confondere la semplicità con l’infantilismo, lo zen con la stitichezza, la bellezza col decoro, e nessuno più è in grado di ridarci l’immediatezza e la gioia di un Rodari o, men che mai, l’apparato delicato e critico della sua Grammatica della fantasia.

Giornata di duro lavoro nell’uliveto, ormai finita. Soddisfatto, mi verso del vino bianco mentre imbrunisce e osservo compiaciuto un piccolo geco che passeggia lungo il soffitto della cucina. Fuochi sulla collina di fronte e un secondo bicchiere di vino tengono compagnia a una deliziosa falce di luna che occhieggia verso Sud-Ovest. Intanto mi ritrovo a pensare: la materia fa miracoli; non Dio, bensì la materia, soltanto la materia che si ricombina portandoci al cuore delle cose senza nome. E penso, anche, che vi sia una tenerezza in tutto questo, una tenerezza che scioglie la mia stanchezza ponendo ogni cosa sullo stesso piano del geco, dei fuochi, della falce di luna. Una tenerezza che non muore e che accoglie, ancora e sempre, la feroce poesia di tutte quelle pietre che si negano alla stoltezza di Sisifo. (Perché il miglior compagno della tenerezza è il rigore dei desideri che sa accogliere l’altro senza asservirlo, senza farsi ritornello della servitù.)

Laureana Cilento, 2019-2020. Fotografie: Cori Storb.