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Il frammento testuale che segue è stato pubblicato sul n. XVII della e-zine ArtuindenfAir e incluso successivamente in Quest’amante che si chiama verità (edizioni Gwynplaine, 2014). L’illustrazione è una litografia di Hans Bellmer (Les bas rayés, 1970).



Come se tu avessi esaudito in me l’attesa, anche la più piccola attesa. Come se tu fossi questa pretesa che mi occupa ogniqualvolta io non trovi agevole il silenzio. Toccarti. Sapere che sei indisponibile alla parola. Ostinarmi fra le pieghe del senso abbassando la guardia e truffando gli affanni del giorno. La mia sconfitta. Il mio amore. Lasciarti venire quando ogni attesa è oramai morta.

La violenza è all’opera anche dentro l’amore. Il che si evidenzia, luminosamente, nella tensione che ci sottrae alle ratifiche sentimentali cui vorrebbe ridurci la società degli uomini.
Questo movimento antisociale appartiene alla sfera dell’amore proprio in quanto insurrezione (anche crudele, anche sadiana) contro gli estremi del possibile.
L’importante è liberarsi della zavorra romantica, svincolarsi dagli estremi che ci stregano e dal loro pensiero politico. Occorre disertare le identità. Disertare la parola che regola le voci dell’insorgenza amorosa. La gioia è guerra. La gioia non è la felicità. Qui ride la carne, là piange la metafisica. Lasciate perdere i preti! La vera carnalità è sempre ironica.

Il problema è lanciare questa violenza oltre i propri passi, in modo da non interiorizzarla sotto forma di rancore bilioso. La violenza deve restare fuori – come una muta di lupi che ricrei senza posa il proprio territorio –, non può alloggiare nel pensiero di sé e dell’altro, né deve legittimarne gli affetti, pena una limitazione degli amanti nel movimento stesso dell’amore.

Si viene a creare puntualmente una differenza di potenziale fra il proprio amore e l’ostilità che la civiltà umana non cessa di manifestargli trovandolo improduttivo, non riducibile ad un valore di scambio o addirittura antisociale.
In questo spazio, in quest’innesco di molteplici intensità, gli affetti devono portare al sabotaggio di tutti quei meccanismi sociali che negano la gioia.
L’amicizia verso il mondo si costruisce ogni giorno attraverso l’affermazione di una precisa volontà. Con una carezza, un colpo di maglio, parole nette.

– Come posso accarezzarti senza scadere in un’assuefazione verso la superficie, la pelle, il toccare stesso?… Forse solo nell’articolare senza fine questa stessa domanda. Oppure esigendo che ogni mia carezza possa racchiudere la tua migliore risposta.

Entrambi senza sgomento. Pronti a cadere e a rifiorire ottusamente nel vaso stretto di questi giorni di vetro.
Alle pareti, i segni di ciò che ci distrasse. Calore puntiglioso, lasciato a scaldarci le menti; memoria d’un abbraccio che non ci distrusse.

Quando si afferma un amore, si pratica un taglio nell’insufficiente unità del sé e si destabilizza qualsiasi definizione. Le parole cadono ad ogni bacio. Si mette in gioco uno scatenamento ad ogni stretta carnale. Ed ecco l’ironia, la bellezza ironica del mondo, il sorriso che viene a dislocarsi in tutto il corpo – anche nel corpo dell’altro.

Mano nella mano, negazione ridente, solida, così come siamo e saremo, nell’improvvisa folata che sorprende i rami.

3-5 aprile 2012



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