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Ci sono giorni in cui guardo correre le nuvole contro il cielo azzurro e sorrido; giorni in cui leggo, mi profondo in riflessioni tutte mie e sorrido; in cui attendo magari di baciarti per l’ennesima volta e sorrido; in cui mi cucino qualcosa di semplice o preparo il caffè per un amico e sorrido.
Eppure, mi si creda: io non sorrido della vanità di quell’azzurro o della pervicacia spesso inutile di quelle riflessioni, né tanto meno dei baci che si affastellano nella nostra vita o di quell’amico che ignora il mio sorridere.
Il mio è un sorriso che non si attacca alle cose. Scorre semmai insieme al loro stesso movimento e, in questo modo, non impuntandosi cioè sui proprî oggetti, mi riconcilia ogni volta con la continuità che emerge da tutti i possibili che accolgo.
È questa continuità a mettere al mondo la mia presenza, nell’immediatezza e nel costante affioramento del mio mondo di relazioni con l’esistente.
È in questa stessa continuità che io devo combattere ogni ordine oppressivo installatosi nel mio modo di percepire e concepire i viventi, le cose, i loro rapporti.
Bisogna scompaginare il Libro, e fare aeroplanini o barchette di carta con le sue pagine, se vogliamo evitare i tanti, piccoli fascismi della quotidianità.

L’essenza del comune è il movimento dei corpi, non il ritagliar luoghi per il pensiero.

Per quanto poi riguarda quei giorni in cui non riesco a sorridere, bisognerà ammettere che esistono sorrisi senza volto, anonimi, lontani forse da ogni espressione riferibile, i quali hanno a che fare semmai con un’attenzione sempre operante (e critica) nei confronti  del possibile. Sorrisi senza cronaca, senz’apparenza, ma non per questo meno aperti all’esistente.

Parole d’amore non innamorate di se stesse. Parole d’odio che tentano di non rendersi odiose. Sono il mio unico modo per dire la continuità.



Pomeriggio del 16 maggio 2012



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